No al Congresso Mondiale delle Famiglie!

By 17 marzo 2019 Sociale, Università

No al Congresso Mondiale delle Famiglie!

Il Congresso Mondiale delle Famiglie

Il 29, 30 e 31 marzo a Verona si terrà il XIII congresso mondiale delle famiglie (World Congress of Families), una lobby di matrice integralista cattolica e conservatrice impegnata a contrastare tutte le conquiste dell’ultimo secolo nel campo dei diritti civili.

La situazione è molto grave e desta preoccupazione: oltre a non essersi mai svolta in Italia un’iniziativa di simile portata, è anche largamente partecipata da massimi esponenti delle istituzioni e della politica italiana. Non basta un patrocinio negato per smarcare il Governo dal coinvolgimento in questo congresso: vi parteciperanno infatti molti esponenti dello stesso, tra cui:

Matteo Salvini – Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro dell’Interno

Marco Bussetti – Ministro dell’Istruzione della Ricerca e dell’Università

Lorenzo Fontana – Ministro delle famiglie

Luca Zaia – Presidente della Regione Veneto

Elena Donazzan – Assessore alle Politiche dell’Istruzione della Formazione e del Lavoro della Regione Veneto

Federico Sboarina – Sindaco di Verona

Giorgia Meloni – Presidente Nazionale di Fratelli D’Italia

Igor Dodon – Presidente della Repubblica di Moldavia

Katalin Novak – Ministro per la Famiglia ungherese

Brian Brown – Presidente dell’Organizzazione Internazionale per la Famiglia

Simone Pillon – Senatore e Vicepresidente commissione infanzia e adolescenza

 

Come studenti crediamo sia inaccettabile la presenza di figure quali il del Ministro dell’Istruzione e dell’assessore della Regione Veneto all’Istruzione, ad un congresso come questo: Bussetti infatti dalla sua posizione potrebbe attuare un enorme cambiamento dal punto di vista della percezione della sessualità e dell’affettività, se solo il tema gli interessasse davvero. Nelle scuole e nelle università mancano dei veri programmi in grado di informare e formare i giovani su un tema così delicato e cruciale. Bussetti preferisce affrontare queste tematiche diversamente, a fianco a personaggi che fanno tutt’altro che trasmettere una cultura del rispetto di sé e degli altri, insegnamenti essenziali per contrastare fenomeni come l’omofobia, la transfobia, la disparità di genere e le varie forme di violenza domestica, così diffusi nella nostra società.

Inaccettabili sono anche le tematiche che verranno trattate: in particolare come studenti ci sentiamo particolarmente indignati dalla discussione sul DDL Pillon e sulla Legge 194. La politica e le nuove riforme che stanno prendendo piede nella la nostra società in realtà non rispecchiano i veri bisogni delle famiglie italiane, in particolare il DDL Pillon non riesce ad adattarsi a tutte le situazioni che possono venire a crearsi nella quotidianità, creando delle difficoltà importanti nel divorzio, grandi svantaggi per le donne, ma anche problemi nella gestione dei minori, di quei figli che alla fine sono i nostri compagni di classe, siamo noi stessi Come studentesse non possiamo concepire l’appoggio alle posizioni contrarie alla Legge 194, l’unica in grado di tutelare tutte quelle donne che si ritrovano ad affrontare delle gravidanze indesiderate attraverso i consultori.

 

I temi del congresso

Crediamo che le discussioni da portare sui temi del Congresso debbano essere ben diverse. Ad oggi, delle discussioni che avverranno in quel luogo, sappiamo solo i titoli:

La bellezza del matrimonio. La domanda sorge spontanea: quale bellezza? Ma soprattutto: quale matrimonio? L’unica bellezza di cui si discuterà in questo contesto sarà una bellezza vuota, programmata, prestabilita, di una “normalità” forzata. L’unico matrimonio che verrà dichiarato degno di questo nome e di bellezza sarà quello fra un uomo e una donna, una “promessa” di fronte a Dio. Non un legame d’amore incondizionato fra due persone, quanto il raggiungimento di standard strettamente cattolici. Di cosa stiamo parlando, quindi, se per bellezza si intende obbedienza, indissolubilità, prole? Un matrimonio del genere da sempre danneggia la figura femminile, forzata alla sottomissione, al ruolo di madre, casalinga e moglie. Non è da dimenticare infatti che se matrimonio vuol dire necessariamente famiglia intesa come nucleo famigliare con uno/ più figli) spetterà sempre alla donna il ruolo di accuditrice, sarà sempre la donna colei che dovrà rinunciare ad una qualunque carriera lavorativa, ad aspirazioni e desideri, perché il suo scopo ultimo deve essere quello di essere madre presente e premurosa e che questo basterà a farla sentire pienamente realizzata. Gli esponenti di queste ideologie provano a mascherare queste posizioni chiedendo più tutela e diritti per le madri lavoratrici, ma solo per loro, non per i padri. Infatti, nonostante si spendano per permettere alle donne che provano a mantenere una certa indipendenza anche dopo la gravidanza, continuano a dare per scontato che siano loro a dover mantenere questo doppio impegno, che spetti a loro la cura dei figli nonostante il lavoro, non ai padri, che possono invece continuare ad essere coloro che si occupano del mantenimento a tempo pieno della famiglia. In quest’ottica, la donna non lavora per contribuire effettivamente al sostentamento del nucleo famigliare, ma quasi solo per essere occupata qualche ora al giorno. Questa divisione così netta dei ruoli è e rimarrà sempre nociva: una donna può essere più di una madre e un uomo può essere più di un lavoratore.

Diritti dei bambini. Crediamo che siano diritti dei bambini l’essere liberi di conoscere se stessi, il proprio corpo, costruirsi un’identità a prescindere dai ruoli imposti già a partire dalla diversificazione dei giocattoli sulla base del sesso dell’infante. Crediamo che sia diritto dei bambini ricevere fin da piccoli un’adeguata educazione al consenso e all’affetto, senza preimpostazioni, senza discriminazioni inculcate, pudori o forzature morali.
Crediamo sia diritto dei bambini l’essere amati, a prescindere dal sesso dei genitori: l’amore non viene dato spontaneamente dove c’è eterosessualità, e negarlo è cieco.

 

Ecologia umana integrale. Non ci stupisce, visto l’approccio conservatore dell’intero Congresso, che si tiri in ballo questa teoria di Papa Francesco. La manipolazione di questa visione è semplice: Dio ha creato la natura in modo impeccabile e per questo va protetta ad ogni costo; da questo deriva la volontà della Chiesa a incitare i credenti all’ambientalismo; Papa Francesco di questa teoria ha ampliato, nella sua Enciclica, il concetto di natura arrivando anche a toccare l’uomo, al quale va assicurata una dignità attraverso, ad esempio, la lotta alla povertà. Un pensiero ammirabile, se non che la dignità di cui parla è sempre frutto di una visione teologica che non vede di buon occhio la libera espressione del genere, dell’orientamento sessuale o della costruzione familiare. Ciò che emergerà dunque nel Congresso sarà la necessità di maggiori tutele nei confronti di una famiglia “naturale”, in quanto l’unica compatibile con una natura perfetta, creata da Dio.

Non possiamo che contestare una simile ideologia, dal momento che di dei, padri e padroni non abbiamo bisogno per sapere come vivere le nostre vite.

 

La donna nella storia.  La figura femminile nella storia ha toccato il suo punto più basso nel ventennio fascista, in cui la legislazione era fortemente orientata al sostegno della maternità negando qualsiasi diritto che la rendesse degna di essere considerata cittadina. Soltanto durante la Resistenza, grazie al PCI, nasce la prima organizzazione femminile di massa: l’UDI (Unione Donne Italiane – oggi Unione Donne in Italia) e le donne ottengono il diritto elettorale attivo e passivo, divenendo cittadine a tutti gli effetti. Con l’entrata in vigore della Costituzione vengono sanciti importanti diritti verso la parità tra i sessi, ma il Codice civile fascista viene conservato e saranno necessari ancora numerosi anni di lotte affinchè la parità sostanziale inizi ad affermarsi.

Negli anni Cinquanta e Sessanta le rivendicazioni femministe si orientano alla ridefinizione del ruolo di madre e lavoratrice, riuscendo ad ottenere riforme che tutelano alcuni aspetti della vita tipici della donna, seppur rimanendo all’interno di una logica di alternativa di vita tra maternità e prostituzione.

Soltanto negli anni Settanta, con l’espansione del movimentismo femminista e l’inasprirsi delle lotte, le donne riescono ad ottenere grandi vittorie sul fronte coniugale con la parità tra marito e moglie e il divorzio. Inoltre, si conferisce centralità al tema del corpo femminile, dando vita ai consultori e ottenendo finalmente il diritto all’aborto. Queste conquiste sono le più importanti mai ottenute nel corso della storia, perché avere diritto all’aborto significa avere il diritto di prendere decisioni sul proprio corpo e sul proprio futuro senza dover sottostare a scelte altrui, oltre a costituire l’istituzionalizzazione di una pratica già largamente diffusa clandestinamente, che recava numerosi rischi alla salute delle donne. Non si tratta di egoismo o di un folle metodo di contraccezione per appassionate omicide, ma semplicemente di un meccanismo di tutela per le donne rispetto a una pratica che costituisce già nel principio una causa di profonda sofferenza per coloro che decidono di ricorrervi.

Divorzio, allo stesso modo, significa avere la possibilità di scelta in prima persona di porre fine ad un rapporto profondamente lesivo dal punto di vista psicologico, relazionale e/o carnale. Non si tratta necessariamente di non amare dio o di voler infrangere un voto, ma di avere il coraggio di staccarsi da una relazione che provoca soltanto dolore e sofferenza per cercare la felicità in qualcosa di diverso, anziché rimanere in silenzio subendo oppressioni e molestie quotidiane.

Il movimento femminista di quel decennio non si arresta, sebbene negli anni successivi si limiti a conquiste più modeste. Negli anni Ottanta, grazie alle spinte europee, nascono organi di parità tra i sessi e negli anni Novanta vengono messe in atto azioni positive per la parità, l’Italia adotta una legge sulla violenza sessuale e lo stupro viene riconosciuto non più come “reato contro la morale”, ma come reato contro la persona e la libertà individuale.

Con il nuovo millennio si introducono nuove forme di molestia, quelle morali (stalking, mobbing, etc) e vengono implementate le azioni positive.

Tuttavia, negli ultimi anni, stiamo assistendo al trionfo di logiche retrograde che mirano alla limitazione dell’esercizio di diritti fondamentali delle donne ottenuti dopo numerosi anni di lotte. Dall’abolizione del Ministero delle Pari Opportunità nel 2013, con il presente governo abbiamo assistito all’introduzione di un Ministero della Famiglia e della Disabilità, fin troppo rappresentato al Congresso Mondiale che si occupa fondamentalmente di sostenere un modello fantasma di famiglia tradizionale salda e coesa, fondata su una logica patriarcale di incoraggiamento alla procreazione.

Infine, la proposta di legge del senatore Pillon rende le donne vittime di un sistema misogino in aperto contrasto con la possibilità di separazione anche nei casi di violenza domestica, soprattutto se queste hanno rinunciato alla loro indipendenza e al lavoro retribuito (o almeno in parte) per dedicarsi maggiormente alla cura della famiglia e dell’abitazione.

 

Crescita demografica. Assistiamo ad una sempre più martellante insistenza, da parte di molti esponenti politici relatori al Congresso Mondiale delle Famiglie, sul tema della crescita demografica. Una propaganda faziosa e parziale per un motivo molto semplice: il calo demografico esiste, ma solo per quanto riguarda le famiglie italiane. La crescita demografica è un problema solo per chi non accetta di concepire l’immigrazione come una risorsa da questo punto di vista: le donne immigrate fanno in media 1,95 figli a testa, contro il 1,35 delle donne italiane. In un Paese sempre più vecchio non ci si può più nascondere come i numerosissimi giovani migranti siano una risorsa, e non un problema.

Non è inoltre trascurabile il dato per cui, ad oggi, manchino alla maggior parte dei giovani in Italia le condizioni per stabilizzarsi: la discussione dovrebbe vertere sulla creazione di un sistema di welfare che sostenga chi decide liberamente di avere figli, non solo sproloquiando sulla necessità di fare figli a prescindere dalle proprie condizioni economiche, stigmatizzando chi invece sceglie di non volere figli.

 

Salute e dignità donna. Salute e dignità, per noi, sono riassumibili in un concetto: tutela. Un convegno di esperti antiabortisti, strenui sostenitori della Legge 194, in nessun modo può andare in questa direzione. La legge 194 tutela la salute della donna che sceglie di abortire, dandole una possibilità (già poco rispettata, soprattutto in Veneto, la regione dell’80% di medici obiettori di coscienza) di interruzione di una gravidanza indesiderata senza incorrere nei rischi di un aborto clandestino. Non è immaginabile, soprattutto dopo che noi giovani donne abbiamo conosciuto la libertà di scegliere, fare passi indietro in questo senso: chi ne ha realmente l’esigenza (e chiunque scelga di abortire ne ha l’esigenza, essendo una scelta che comunque, in ogni caso, comporta sofferenza) abortirebbe comunque, nella legalità o nell’illegalità, nella sicurezza o nel rischio. Chi rinuncerebbe, in una prospettiva di abolizione della 194, si troverebbe nell’infelice situazione di dover crescere un figlio non voluto: nessun bambino, nessuna madre lo merita.

Salute della donna, per noi, è sicurezza, è protezione dalle purtroppo frequenti situazioni di violenza domestica.

Dignità della donna, per noi, è vivere in un contesto dove l’aspetto fisico non deve essere determinato dall’esigenza di rientrare in dei canoni, e dove il rispettare quei canoni non rende la donna più giustificabilmente stuprabile.

Salute della donna è educazione sessuale, consapevolezza vera del corpo al di là dei tabù. E’ abbattimento del costo dei prodotti igienici femminili, tassati ad oggi come dei beni di lusso. E’ investimento reale in strutture come i consultori, che per legge dovrebbero essere almeno 1 ogni 20.000 abitanti, mentre attualmente sono circa 1 ogni 26.800, principalmente concentrati nelle grandi città, spesso in carenza di personale.

 

Tutela giuridica della vita e della famiglia. La famigerata famiglia tradizionale che i conservatori tentano di riesumare è ormai sepolta sotto le ceneri di una società post-contemporanea caratterizzata invece da un nuovo modello di famiglia fluida, in cui a convivere sotto lo stesso tetto non sono soltanto consanguinei uniti da solidi legami di affettività, bensì si affermano diverse forme di convivenza tra individui non coniugati. Tentare di frenare questo movimento, oltre ad rivelarsi un tentativo completamente inutile, rivela cecità dinanzi alle problematiche che da tempo immemore affliggono la famiglia tradizionale.

Basti considerare che le vittime di femminicidio nel 2017 in Italia sono state 123 e nel 72,4% si tratta di omicidio ad opera di un partner, un ex partner o un altro parente e che le violenze domestiche (fisiche, sessuali e psicologiche) spesso non sono denunciate.

La nozione di famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” (art.29 Costituzione italiana) si rivela ormai totalmente inadeguata a descrivere la realtà attuale, escludendo da questa definizione le coppie conviventi e le famiglie arcobaleno, che, per l’appunto, secondo il Ministro Fontana, relatore di punta al Congresso, “non esistono”.

Le riforme del diritto di famiglia che necessitano di essere discusse non devono orientarsi in senso opposto alle tendenze degli anni di lotta di parificazione tra i sessi, bensì seguire questo indirizzo progressista per eliminare i residui maschilisti e patriarcali ancora presenti nel Codice Civile italiano, per iniziare a fare la differenza anche nei rapporti materiali e nella mentalità comune. Infatti, dopo aver enunciato l’uguaglianza tra i coniugi (nei limiti previsti dalla legge), la parte bis del medesimo articolo (143 C.c.) precisa subito che “la moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile”, esempio sintomo di un paese ancora arretrato nella mentalità e determinato da una cultura di impronta profondamente cattolica, che subordina la donna all’uomo, oltre a non prendere minimamente in considerazione i casi di separazione e divorzio.

Inoltre, nel linguaggio giuridico viene sovente utilizzata la locuzione “buon padre di famiglia” per intendere un comportamento da tenersi secondo ordinaria diligenza. Seppur consapevoli della derivazione dal diritto romano, è evidente che tale espressione sia patriarcale e maschilista.

In un’epoca di libertà di scelta, all’interno di un mercato in cui risulta relativamente semplice partorire figli concepiti in vitro (almeno per coppie rigorosamente eterosessuali), la maternità surrogata è invece additata come enorme piaga sociale da contrastare, il tema della filiazione visto come imperativo e l’adozione riservata a coppie che soddisfano gli stringenti requisiti imposti dalla legge italiana. Così mentre l’incremento demografico sembra assolutamente necessario e bambini crescono senza uno o entrambi i genitori, ad essere additati sono le coppie omosessuali che desiderano un figlio da crescere e amare.

 

Politiche aziendali per la famiglia e la natalità. Crediamo che la creazione di asili interni alle aziende, l’ampliamento dei congedi, i siti dedicati alla ricerca di babysitter o badanti, la creazione di spazi gioco, l’offerta di ludoteche durante la chiusura delle scuole, i centri estivi, i voucher con i quali acquistare servizi, le convenzioni, siano tutte misure necessarie: l’Italia è uno dei fanalini di coda in Europa, su questo fronte. Ma non si può parlare di queste misure senza precisare che devono essere rivolte sia ai padri che alle madri, e che esse sono sostegni alle famiglie, non misure di velato obbligo morale all’avere figli.

 

In conclusione, questo Congresso è un vero disastro a livello politico e ideologico, tanto che se ne stanno dissociando tutti: l’Università di Verona, così come il capogruppo della Lega in Consiglio Comunale di Verona e tantissimi cittadini.

Siamo studenti e studentesse, siamo giovani, e non tolleriamo le politiche che pretendono di pontificare su un futuro familiare che noi dovremo affrontare, sui diritti che a noi vogliono togliere. Non staremo fermi: il 30 marzo saremo in piazza!