La “Buona Università” di Renzi è nascosta nella Legge di Stabilità: Atenei di serie A e di serie B, presunto merito, slogan e il finto “segno più”

By 12 novembre 2015Senza categoria, Università

La “Buona Università” esiste già ed è nascosta nella Legge di Stabilità: Atenei di “Serie A” e “Serie B”, presunto “merito”, slogan e “finto segno +”.
La paura di una mobilitazione forte contro una riforma universitaria difficilmente digeribile, in un momento politico non proprio favorevole all’attuale governo, ha fatto sì che quella che doveva essere la presentazione della “Buona Università” renziana slittasse a una data imprecisata.
Le ultime tracce della “Buona Università” si possono trovare in quel documento di finto-confronto “sfuggito” dalle mani della Responsabile Scuola e Università del Partito Democratico, Francesca Puglisi, con le componenti accademiche del primo YOUniversity Lab. YOUniversity Lab di Udine, avvenuto a fine ottobre, infatti, non ha lasciato spazio a chissà quali spot governativi.
Leggendo gli articoli della Legge di Stabilità 2016 , tuttavia, è palese che le mosse per la riforma renziana dell’università abbiano fondamenta solide all’interno del provvedimento. Vediamo, in che modo, misura per misura.

 

  • PUNTATA 1 – ATENEI DI SERIE A E DI SERIE B

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Il merito renziano, più che merito scientifico o merito didattico, sembra configurarsi come merito “di bilancio”: a chi avrà bilanci in salute, secondo i parametri scelti dal Governo, sarà permesso fare qualche intervento minimo. Verranno premiati gli atenei che investono in diritto allo studio e cercano di integrare al meglio i propri studenti? Macché! Il rischio concreto? Premiare gli atenei che riescono ad avere un bilancio sano tagliando servizi e grazie a un alto gettito sulla contribuzione studentesca. Il messaggio del Governo è: “Ateneo di Serie A se hai un bilancio sano perché tassi al massimo gli studenti”.

Scatti stipendiali sbloccati: vittoria o “slogan ombra”?

Gli scatti stipendiali per i docenti universitari sono saranno più bloccati. Il blocco degli scatti di Tremonti, prolungato di anno in anno all’interno delle varie finanziarie, non è presente nella Legge di Stabilità 2016.
L’assenza del blocco degli scatti stipendiali comporta che le università potranno procedere alle progressioni economiche indivduali, avvalendosi della propria autonomia finanziaria.
Il provvedimento, senza un rifinanziamento apposito del Fondo di Funzionamento Ordinario, avrà una conseguenza: chi ha fondi potrà usarli, chi non ne ha, non potrà.
Questo aumenterà ulteriormente le differenze tra gli atenei: chi avrà risorse a disposizione potrà intervenire e procedere con scatti stipendiali per i propri docenti, attraendo nel medio-lungo periodo anche docenti che provengono da Università che non prevederanno scatti stipendiali. Inoltre questo avverrà in base a criteri autonomi, individuati dai singoli atenei e non con un metodo centralizzato.
Il tutto allargherà la forbice delle disuguaglianze tra atenei, di fatto avvicinandosi alla visione renziana degli Atenei ritenuti “di serie A” o “di serie B” esclusivamente per motivi di bilancio.
Da questo punto di vista si apre anche la delicata partita all’interno di chi ha i fondi: come saranno attribuiti gli scatti, in uno scenario di sotto finanziamento strutturale? Ci sono più correnti di pensiero: chi vuole premiare in base a un “merito” imprecisato, senza alcun criterio di riferimento, e chi pensa a un criterio universalistico con eccezioni di demerito, che non assegna scatti a chi è stabilmente inattivo.

RtdA svincolati dal turnover: pillole di precarietà o bomba a orologeria? (Legge di Stabilità, Articolo 17, comma 4)

Una storica vertenza della CRUI è stata accolta all’interno della Legge di Stabilità.
Le Università che potranno permettersi, anche in questo caso, la sostenibilità economica dell’assunzione di Ricercatori di tipo A (ex art. 24, comma 3, lettera a, della legge 240/2010 – contratti da 3 anni + 2 prorogabili una sola volta), potranno assumerne senza dover rispondere al meccanismo del turn over (che nel caso degli RtdA corrisponde al 100% dell’anno precedente). La virtuosità degli atenei è misurata attraverso le disposizioni del DPCM del 31 dicembre 2014, secondo cui le spese del personale non devono superare l’80% delle spese complessive e tramite l’indicatore ISEF, che dovrà essere superiore a 1. Secondo le note del Ministero, questi criteri serviranno ad evitare assunzioni indiscriminate, che andrebbero poi a compromettere gli indicatori utili all’assunzione di personale a tempo indeterminato.
Gli atenei, ancora una volta, saranno indotti ad inseguire risultati positivi su questi indicatori: è facile prevedere innalzamenti delle tasse universitarie e tagli alle spese di personale.
Lo sblocco dei soli Ricercatori di tipo A è un palese tentativo di addolcire la pillola per questa categoria, attualmente in uno stato di precarietà assoluta, offrendo un passaggio a una precarietà “a orologeria”, vincolata alla durata del contratto. Inoltre, tale provvedimento risulta funzionale allo sfruttamento di questa tipologia di ricercatori precari al fine di sopperire ai problemi di carenza del personale, sovraccaricando anche il carico didattico di questi ricercatori.

 

    • PUNTATA 2 – MERITO: DAL VANGELO SECONDO MATTEO (RENZI)

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Da “Che tempo che fa”, i 500 ricercatori “speciali” (Legge di Stabilità, Articolo 15)

“Merito, merito, merito”. Il passaggio del Presidente del Consiglio per lanciare ufficialmente lo spot dei 500 “ricercatori speciali” a “Che tempo che fa” è arrivato in Legge di Stabilità.

Si prevede l’assunzione nel sistema universitario italiano di 500 professori di prima e seconda fascia, “secondo procedure nazionali distinte rispetto alle ordinarie modalità di assunzione vigenti previste dalla legge 240/10 (abilitazione nazionale e concorsi locali)”. Per l’assunzione dei ricercatori “speciali” Renzi piazza nel FFO 30 milioni di euro nel 2016 e 75 milioni dal 2017.

Oltrettutto, si esonera il MIUR dalla definizione della disciplina di questa nuova modalità di assunzione, demandandola ad un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (ripartizione dei posti tra i settori scientifico disciplinari, criteri di valutazione dei candidati e composizione delle commissioni, trattamento stipendiale, modalità di chiamata da parte delle Università ed eventuale concorso delle Università agli oneri finanziari connessi all’assunzione).

Si garantisce a questi docenti anche medesimo trattamento stipendiale qualora dovessero passare da una sede all’altra. E, a proposito di mobilità tra università, il Governo ha deciso di prelevare dalle cifre riguardanti questo punto una quota dall’entità massima di 10 milioni di euro da destinare alla mobilità dei soli professori di prima fascia già in servizio.

E il merito secondo Renzi, sembra essere, oltre a una misura spot inutile a coprire le gigantesche falle del sistema di finanziamento universitario, l’apologia della baronia. Basta immaginarsi uno scenario in cui, ignorando le difficoltà già esistenti nel coordinare l’abilitazione nazionale con i singoli concorsi territoriali, ci sarà un concorso nazionale con questi “ricercatori speciali” che si prenderanno il loro “gruzzoletto” in dote e avranno uno stipendio garantito per gli anni a venire. E basta immaginarsi che, oltre a una ovvia logica rischiosa di corsa alle università che già presentano scenari ottimali in cui far fruttare quei fondi a disposizione – grazie alla presenza di laboratori già esistenti o di ricerche già avviate nell’ambito di interesse – le governance degli atenei cercheranno di far partecipare dei propri docenti per far sì che questi possano accaparrarsi quei fondi e poterli quindi trattenere, non per motivi di programmazione di didattica e ricerca, ma banamente per motivi finanziari (a voler ben vedere anche senza alcuna certezza). Rafforziamo la baronia. Come se ce ne fosse bisogno.

In tutto ciò non va tralasciato l’elemento dell’inserimento di un’ulteriore procedura per la selezione del personale docente in università: la creazione di un’ulteriore via oltre a quella dell’abilitazione nazionale e concorso locale, comporterebbe la creazione della situazione di caos definitivo, dove i ricercatori già negli organici delle università cercheranno di capire quale sarà il loro destino nel processo di abilitazione, mentre saranno in corso procedimenti di chiamate e bandi di concorsi locali per altri ricercatori. E, invece di consolidare, semplificare e strutturare i procedimenti già esistenti, il Governo pensa bene di creare una nuova modalità, sicuramente utile a ottenere facile consenso, ma completamente inutile a fini di uno sviluppo strategico delle università.

 

  • PUNTATA 3 – BRICIOLE COL SEGNO + : L’UNIVERSITA’ A STECCHETTO

Con gli slogan non si mangia. E nel piatto dell’Università finiscono briciole “indigeste” che non garantiscono che il FFO del 2016 possa veramente avere un segno più. Infatti bisogna ancora andare a definire tutte le voci, visto che saranno regolate dal decreto ministeriale che uscirà, tendenzialmente, a 2016 inoltrato.
Il Governo ha stanziato fondi per l’assunzione di 1020 Ricercatori di tipo B. Peccato che all’inizio del 2014 il CUN sosteneva si fossero persi 8500 docenti in 8 anni. Oggi ci troviamo di fronte a uno scenario senza le risorse finanziarie e umane per poter rilanciare effettivamente il ruolo dell’istruzione nel Paese.
A questo si aggiungono criticità come quella delle borse per l’accesso alle specializzazioni mediche: dopo gli slogan della Giannini in seguito ai problemi sorti durante il test per specializzazioni dello scorso anno, in Legge di Stabilità si trovano un po’ di briciole per finanziare all’incirca 6000 borse l’anno.
Nessun miglioramento sostanziale, nei fatti.

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Specializzazioni mediche (Legge di Stabilità, Articolo 17, comma 5)

L’attuale regime di finanziamento per le borse di specialità medica prevede il seguente schema: 637 milioni di euro per il 2016, 638 milioni per 2017, 2018, 2019 e 612 milioni di euro dal 2020 in poi. La Legge di Stabilità inserisce: 57 milioni di euro nel 2016, 86 nel 2017, 126 nel 2018, 70 nel 2019 e 90 dal 2020 in poi.
Questa non sarà sicuramente un’aggiunta rivoluzionaria: saranno, di fatto, stabilizzate 6000 borse di specializzazione medica l’anno, stante il fatto che i finanziamenti saranno prioritariamente assegnati al finanziamento di chi ha già intrapreso il percorso.
È un consolidamento di una cifra di poco inferiore alle borse stanziate lo scorso anno, ben al di sotto del fabbisogno indicato dalle regioni (8mila borse) e non avvicina minimamente il livello di garanzia di 12mila borse, richiesto lo scorso anno dagli studenti (e ancor più lontano dalle previsioni di partecipazione di 14-15mila studenti al prossimo concorso).
Nessuna rivoluzione, quindi. Ma semplicemente un finanziamento dovuto, considerato anche che gli stanziamenti finora previsti avrebbero rischiato di non assicurare neanche la copertura finanziaria dei numeri attuali di borse.

Assunzione di circa 1020 unità di Ricercatori di tipo B (Legge di Stabilità, Articolo 17, commi 1, 2 e 3)

All’interno dell’Articolo 17, ai commi 1, 2 e 3 della Legge di Stabilità è inserito lo stanziamento di 55 milioni per il 2016 e di 60 milioni dal 2017 in poi per quanto riguarda l’assunzione di circa 1020 Ricercatori di tipo B (contratti triennali non rinnovabili, con la possibilità di conseguire l’abilitazione scientifica nazionale e – in caso di valutazione positiva – di essere inquadrati come professori associati). Nella Legge di Stabilità si prevede inoltre che questo stanziamento potrà pesare per il 70% per il cofinanziamento dell’eventuale passaggio a professore associato di questi ricercatori. Questo provvedimento è ovviamente riferito alla sola assunzione, per il 2016, di 1020 Ricercatori di tipo B e i fondi in questa Legge di Stabilità servono semplicemente a pagare i relativi stipendi per gli anni successivi. Un finanziamento di entità così ridotta, senza una programmazione di reclutamento con cadenza annuale, non risolve sicuramente la carenza di personale docente all’interno dell’Università, né tantomeno ferma l’emorragia progressiva di docenti dagli organici universitari.

  • PUNTATA 4 – TAGLI E ASSENZE STRATEGICHE

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Nella sostanza, nonostante i proclami di Renzi & co, tutti i problemi strutturali del sistema universitari restano lì, ben radicati:

    • Non finanziare il diritto allo studio di cui sempre più studenti hanno bisogno indica chiaramente che il Governo non ha alcuna intenzione di rendere il diritto allo studio realmente inclusivo. In uno scenario in cui il numero degli idonei non beneficiari è in crescita, in cui non si stanno ancora trovando risposte all’emergenza del nuovo ISEE,  in cui i beneficiari del diritto allo studio sono solo l’8% degli studenti, mantenere un atteggiamento conservativo su questo tema è una scelta del tutto miope. Il Fondo integrativo statale per le borse di studio, infatti, resterà invariato rispetto all’anno scorso. Anche se con l’artificio del nuovo ISEE meno studenti avranno i requisiti per ricevere la borsa di studio, l’alto numero di idonei non beneficiari verificatosi nell’anno accademico 2013/2014 (46 mila, il 25% degli aventi diritto), dimostra che la cifra di 162milioni è insufficiente.
      In questo senso, l’emendamento approvato al senato che stanzia 5 milioni di euro aggiuntivi sul fondo integrativo statale risulta del tutto insufficiente: questa misura infatti basterà a finanziare poco più di 1000 borse di studio.
      Risolvere le emergenze del momento, come le piaghe degli idonei non beneficiari e del nuovo ISEE è necessario, ma bisogna anche andare oltre: il diritto allo studio non è un beneficio per pochi, ma un diritto che deve riguardare una platea sempre maggiore di studenti, come avviene nei principali paesi europei.

      • Il Fondo di Finanziamento ordinario non aumenta, anzi, diminuisce. Nonostante il vanto del Governo per le risorse stanziate per l’assunzione dei 500 ricercatori “speciali” e per i 1000 ricercatori di tipo B, nel complesso, la Finanziaria 2016, prevedendo un Fondo di Finanziamento Ordinario di 6.904.830.845, taglia questo capitolo rispetto al 2015: -29,4 milioni per il 2016, -41,2 milioni per il 2017 e – 21 milioni per il 2018. Come se le risorse stanziate nel 2015 fossero eccessive.
        Nel maxi emendamento licenziato dal Senato, sono previsti 25 milioni per il 2016 e 30 milioni dal 2017 sul Fondo di finanziamento ordinario delle università, che, come dichiara il sottosegretario Faraone, servirebbero per il pagamento degli scatti stipendiali dei docenti, il cui blocco è finalmente stato eliminato decidendo di non prorogarlo nella legge di stabilità 2016. Peccato che queste risorse saranno stanziate in quota premiale, e pertanto, non saranno ripartite in base al reale fabbisogno degli atenei. Ancora una volta ci si troverà di fronte ad una suddivisione delle risorse iniqua, che, invece che dare sostegno, per quanto minimo, alle università che ne avrebbero bisogno, andrà nella direzione di aumentare il divario tra gli atenei. E’ vero, il blocco degli scatti stipendiali non è stato prorogato, ma l’inserimento di questi fondi all’interno della quota premiale, e non della quota base, fa sì che possano esserci atenei che non vedano un briciolo di queste risorse. Oltretutto, le università, trovandosi a fronteggiare maggiori uscite per il pagamento degli scatti, senza che però vi siano stanziamenti adeguati da parte del ministero, rischiano di essere penalizzate, in quanto la quota delle spese per il personale aumenterà rispetto alle altre voci di uscita, con la conseguenza che non si rispettino i limiti che le università, secondo gli indicatori di “virtuosità di bilancio”, sono tenute a rispettare per assumere e fare investimenti.
        Oltretutto, se si considerano i tagli già previsti nel disegno di legge di stabilità del governo, questa integrazione non porta ad alcun miglioramento, anzi, rimane comunque una leggera inflessione.
        Ricapitolando: carenza strutturale di docenti, possibilità di assunzione solo se si rispettano discutibili criteri di bilancio, un sistema in teoria pubblico che per oltre il 20% si basa sulle risorse “sborsate” dagli stessi studenti con le tasse, e il Governo sceglie di tagliare ancora.

In un momento storico in cui le dichiarazioni riguardanti “l’uscita dal perimetro della pubblica amministrazione” sono facilmente traducibili in “privatizzazione” è facile pensare che il mancato investimento in diritto allo studio e in FFO siano una scelta strategica per l’annichilimento di un sistema universitario pubblico e statale.

Oltre ai tagli sul FFO, la scure del Governo colpisce altri capitoli si spesa:

        • Tagli fondi funzionamento MIUR

Nella Legge d Stabilità 2016 il Governo ha deciso di agire pesantemente nella sezione riguardante “riduzioni delle spese e interventi correttivi dei Ministeri e delle società pubbliche” (art. 33). La riduzione maggiore spetta, guarda caso, al MIUR: nella tabella della “Riduzione delle dotazioni finanziarie delle spese dei Ministeri” si può notare un taglio di 220 milioni e 400mila euro per il 2016, di 240 milioni e 400mila euro nel 2017 e di 200 milioni e 400mila euro nel 2018.
Questi tagli non sono ben identificabili, visto che la ripartizione sarebbe la seguente: -11 milioni e 500mila l’anno per l’istruzione scolastica; -8 milioni nel 2016 e -6 milioni nel 2017 e 2018 per la voce generale “Diritto allo studio nell’istruzione universitaria”, anche se almeno non in relazione alle borse di studio; -3 milioni l’anno in Ricerca; -199 milioni e 900mila nel 2016, -219 milioni e 900mila nel 2017, -179 milioni e 900mila nel 2018 nella voce “Fondi da assegnare”.
E all’articolo 28 (“Rafforzamento dell’acquisizione centralizzata”) spunta un taglio di 28 milioni annuo al MIUR per incentivare l’utilizzo del mercato elettronico della pubblica amministrazione.
Per quanto riguarda, invece, l’ ”efficientamento della spesa per gli acquisti”, il Governo ha deciso di dare un colpo netto al MIUR: 34 milioni l’anno, suddiviso in 20 milioni di FFO e 14 per il FOE (Fondo di finanziamento degli Enti di Ricerca).

          • Tagli edilizia universitaria (Legge di Stabilità, art 33, commi 25, 26 e 27)

La legge di stabilità prevede che le risorse trasferite alle università tra il 1998 e il 2008 per l’attuazione di interventi di edilizia, e che al 31 dicembre 2014 risultano non ancora spese, devono essere versate alle casse dello Stato, per un massimo di 30 milioni di euro. Ad un primo impatto, questa misura sembrerebbe punire quegli atenei che non sono stati capaci di svolgere una pianificazione edilizia efficiente. Se questo può in parte essere vero per alcuni atenei, è altrettanto vero che nella maggior parte delle situazioni, nell’impedire la piena attuazione dei piani edilizi, e quindi la spesa delle risorse assegnate, intervengono altri fattori, ad esempio le complicazioni che si verificano quando gli interventi sono svolti su edifici storici. E’ vero, in questo caso la misura non ha un grande importo, ma è comunque la dimostrazione di come il Governo, invece che indagare a fondo nei problemi dell’università italiana, preferisca mostrarsi virtuoso e colpire trasversalmente, ancora una volta, tutto il sistema universitario.
Allo stato attuale, le risorse statali destinate all’edilizia universitaria sono esigue, e spesso la programmazione degli interventi edilizi è completamente lasciata all’autonomia (e alle risorse) dei singoli atenei, che solo in rari casi hanno la possibilità di compiere investimenti per un ampliamento considerevole delle strutture. La misura contenuta nella legge di stabilità è l’ulteriore dimostrazione di come non vi sia da parte del Governo la volontà di attuare delle serie politiche sul fronte degli investimenti edilizi delle università; investimenti che permetterebbero l’espansione dei poli universitari e che finalmente farebbero cadere la scusa della limitatezza e della scarsa capienza delle strutture spesso utilizzata per giustificare il numero chiuso.

 

    • PUNTATA 5 – RICETTE

    segno+

    Il rilancio dell’università pubblica deve ripartire da investimenti strutturali. C’è bisogno di progettualità, non di risorse sporadiche e del tutto insufficienti, come quelle proposte nel disegno di legge del governo e negli emendamenti presentati. L’incremento di 50 milioni di euro sul fondo integrativo statale annunciato da Renzi non è sufficiente, ne servono almeno 200; 25 milioni aggiuntivi sul Fondo di Finanziamento Ordinario è una cifra ridicola. Basta con la logica “questo diritto o quest’altro”: trovare coperture economiche adeguate a questi interventi è possibile, tagliando i finanziamenti pubblici a scuole e università private, riducendo i tagli sull’IMU che riguardano anche le grandi proprietà ed eliminando tutte quelle misure presenti nella stabilità che si piegano alle logiche confindustriali e non fanno altro che aumentare le disuguaglianze.

     

    Ecco gli interventi più urgenti che chiediamo al Governo

    • Incremento della quota base del Fondo di Finanziamento Ordinario di 350 milioni di euro nel 2016, di 450 milioni di euro nel 2017, 500 milioni di euro nel 2018
    • Risorse in quota base del FFO per garantire la possibilità a tutti gli atenei di provvedere alla programmazione degli scatti stipendiali, da ripartire secondo il fabbisogno degli atenei
    • Ripartizione delle risorse per l’assunzione di ricercatori di tipo A in base al fabbisogno degli atenei e non ai criteri punitivi individuati dal governo
    • Eliminazione dei fondi per i 500 ricercatori speciali
    • Stanziamento di risorse per il reclutamento dei ricercatori di tipo b: 55 milioni di euro per l’anno 2016, di 115 milioni di euro per l’anno 2017 e di 175 milioni di euro per il 2018
    • Incremento di 200 milioni di euro del Fondo Integrativo Statale per le borse di studio
    • Cancellazione dei tagli sull’edilizia universitaria
    • Risorse per lo stanziamento di almeno 14 mila borse di specialità mediche