Niger: i militari italiani e le conseguenze che non vogliamo vedere

By 23 gennaio 2018Mondo

nigerNiger. Il 17 gennaio la Camera dei Deputati ha approvato con larga maggioranza il Decreto sulle missioni militari internazionali che l’Italia intraprenderà nel 2018, con voto favorevole di Partito Democratico, Forza Italia e Fratelli d’Italia, l’astensione della Lega Nord e il voto contrario di Movimento 5 Stelle e Liberi e Uguali. Un voto chiamato a Camere ormai sciolte, connotato da un carattere d’urgenza esemplificativo delle priorità di questa maggioranza di Governo: la stessa maggioranza che, neanche un mese fa, è riuscita a far mancare in Senato il numero legale di presenze necessarie a procedere con la votazione dello Ius Soli, che avrebbe garantito la cittadinanza a 800000 bambini e ragazzi giuridicamente stranieri che vivono e studiano nel nostro Paese, ponendo a conclusione di questa legislatura una triste pagina di inciviltà. Questione di priorità.

Questa volta, invece, l’asse con la destra di Berlusconi e Meloni ha garantito l’approvazione di un decreto che ha suscitato interesse e critiche a causa del via libera all’intervento militare italiano in Niger, Stato dell’Africa occidentale che rappresenta una delle fondamentali zone di transito dei migranti che dall’Africa subsahariana tentano di raggiungere la Libia. Il contingente italiano in Niger, costituito da 470 militari che alterneranno la loro presenza sulla zona per garantire un media annuale di circa 250 soldati, si aggiunge a operazioni internazionali già presenti che coinvolgono principalmente Francia e Stati Uniti. La missione italiana in Niger ha l’obiettivo dichiarato di contrastare il traffico di esseri umani e il terrorismo, potenziando i controlli militari al confine sud con la Libia, spingendo i migranti ad affrontare un viaggio ancora più pericoloso, fuori dai percorsi battuti che saranno presidiati dai militari.

I risvolti geopolitici di questa operazione portano tuttavia a galla motivazioni che vanno oltre la solidarietà internazionale, evidenziando la ricerca di un equilibrio con le altre potenze coinvolte e in particolar modo con la Francia, che porta avanti su quella zona interessi deliberatamente economici, legati alla presenza di miniere di uranio fondamentali per il sostentamento del suo fabbisogno energetico. La questione ovviamente non si esaurisce qui: la presenza italiana in un contesto tradizionalmente lontano dalla propria politica estera è la dimostrazione di una volontà di collaborazione con la Francia in merito al controllo dei flussi migratori ai quali entrambi i paesi sono esposti. Convergenza trovata nonostante i due Paesi si siano spesso trovati su posizioni divergenti rispetto alla questione libica, con l’Italia schierata a sostegno del Governo di Tripoli mentre la Francia provava a giocare un ruolo di mediatore tra al Serraj e il generale Haftar, leader della Libia orientale. Con l’approvazione del decreto, l’Italia consente alla Francia di ritirare parte dei propri militari e risparmiare risorse, inserendosi al contempo in un’area che sta acquistando grande centralità, tanto per la presenza di importanti risorse energetiche, quanto perché il Niger rappresenta un fondamentale retrovia del conflitto libico.

Di fatto, lo schieramento dei militari italiani sul confine del Niger è un modo indiretto per controllare i confini meridionali della Libia, area decisamente più pericolosa e insicura.

Lo sfruttamento delle risorse locali e lo stanziamento di contingenti militari a controllo di territori strategici sembrano dunque rappresentare, dietro al pretesto del controllo dei flussi migratori e della lotta al terrorismo, interessi di carattere neocolonialista, denunciati da attivisti e analisti, nonché da parte del Parlamento.

Del resto, le politiche messe in atto dal Governo Italiano d’intesa con la Libia in merito al contenimento dei flussi non possono certo richiamarsi ai principi di solidarietà internazionale e difesa dei diritti umani, viste le conosciute e documentate condizioni disumane in cui i migranti sono tuttora detenuti nelle carceri libiche. In fin dei conti, anche questo intervento risponde alla stessa logica di esternalizzazione delle nostre frontiere, per seguire la quale continuiamo a chiudere gli occhi sulle ritorsioni del nostro supporto a Paesi che mettono in scena violenza e repressione contro i più deboli, accettando il compromesso di avere la coscienza sporca pur di garantire una miope parvenza di sicurezza ai nostri Paesi.

Così in molti paesi dell’Africa, tra i quali il Niger rientra a pieno titolo, va in scena il paradosso per cui il contenimento dei flussi operato dalle potenze europee crea disoccupazione in tutte quelle aree che hanno fatto del traffico dei migranti una fonte di arricchimento, facendo pagare a caro prezzo tutti i servizi offerti da chi transita su quelle tratte. Ed è proprio l’ONU a confermare, in un recente studio sull’estremismo in Africa, che gran parte delle reclute delle organizzazioni terroristiche si arruolano per motivazioni economiche più che per motivazioni religiose, provenendo da aree caratterizzate da estrema povertà e presenza di governi corrotti e autoritari.

È quindi del tutto evidente che la repressione e l’impoverimento messi indirettamente in atto per mezzo del nostre azioni politiche, economiche e militari costituiscano un tentativo di tamponamento a breve termine, che non incentiva l’emancipazione politica ed economica di territori la cui instabilità continuerà a fomentare la crescita del terrorismo e dell’emigrazione della popolazione.

In sostanza, l’intervento militare italiano in Niger non rappresenta altro che un’azione in continuità con le politiche messe in atto fino ad ora. L’ennesimo modo per sperare di contenere un fenomeno che andrà inevitabilmente accrescendosi nel corso dei prossimi anni, evitando ancora un volta di mettere in campo azioni di prevenzione utili a evitare che fuggire dalle proprie terre sia l’unica possibilità per sperare in un futuro migliore.  

Per questo come Rete degli Studenti Medi e Unione degli Universitari siamo contrari a queste operazioni e rivendichiamo la necessità di un ruolo radicalmente diverso per l’Italia e per l’Europa, come attori principali della promozione e della garanzia dei diritti umani nei confronti di chi fugge dalle guerre, dalla povertà e dalle conseguenze devastanti dei cambiamenti climatici. Chiediamo quindi ancora una volta la creazione di corridoi umanitari e di canali di accesso legali nel nostro Paese, partendo dal superamento della Bossi-Fini, e nell’UE.