OCSE, per il rapporto 2017 l’Italia è fanalino di coda: servono investimenti e università aperta!

By 12 settembre 2017Università, Università aperta

OCSE. È stato pubblicato oggi il report Education at a glance 2017: i dati sull’Italia, come d’abitudine ormai negli ultimi anni, mostrano uno scenario immobile, sottofinanziato e in cui l’Università è il riflesso più evidente delle crescenti disuguaglianze, cui non vengono opposti efficaci interventi strutturali.

Il nuovo report Education at a glance dell’OCSE fotografa la situazione dell’istruzione nel 2016: tra i 25 e 64 anni solamente il 18% della popolazione ha una laurea, su una media OCSE del 36% e una media europea del 33%. Pur focalizzando l’attenzione sulla fascia 25-34 anni, in Italia il 26% ha una laurea a fronte di una media OCSE del 43% e una media europea del 40%. In Europa nessuno fa peggio di noi e, tra i Paesi considerati, solamente il Messico si posiziona alle nostre spalle con il 22% di laureati. Un altro dato interessante riguarda l’età media della prima laurea: 25 anni, perfettamente nella media dei Paesi europei e addirittura inferiore a quella dei Paesi OCSE. Quest’ultimo è un dato significativo, se si considera quanto sia diffusa la retorica per cui l’Italia rappresenterebbe un’eccezione per quanto riguarda l’età media dei laureati, e dimostra quanto sia stato ingigantito il falso “problema” dei fuori corso”.

Nella popolazione dai 25 ai 34 anni, l’occupazione dei laureati è al 64%, dato appena di poco superiore a quello dei diplomati (63%). Il dato è il più basso tra tutti i Paesi OCSE, dove la media è dell’83% e a fronte di una media europea dell’82%. Va inoltre sottolineato un dato di disoccupazione dei laureati alle stelle, 15,3% rispetto alla media OCSE 6,6% e alla media UE 7,4% (fanno peggio di noi solamente Spagna e Grecia), e il tasso di laureati inattivi più alto tra i Paesi OCSE, ben il 24%. A ciò si aggiunge un gender gap molto marcato: a fronte di costi identici sostenuti per raggiungere il titolo di studi, i benefici una volta dentro al mondo del lavoro vengono quantificati per la componente femminile in misura pari alla metà di quanto ottiene la componente maschile.

La pagina nera in cui rintracciare gran parte delle cause di questi dati, è quella relativa ai finanziamenti. Per quanto riguarda l’investimento complessivo in istruzione, l’Italia spende 9317 dollari per studente, a fronte di una media europea di 10.897 dollari e di una media OCSE di 10.759 dollari. Focalizzandosi sulla sola educazione universitaria, l’Italia impiega 11.510 dollari a fronte di una media OCSE di 16.143 dollari – ed è impietoso il confronto con Francia – 16.422 dollari – e Germania – 17180  dollari -.

L’Italia nel 2014 ha investito il 7,1% in istruzione (ultimi nella “classifica” OCSE, dove la media è il 11,3%) e solamente l’1,6% in educazione terziaria a fronte di una media OCSE del 3,1%.

Di fronte a questi dati non bisognerebbe stupirsi del crollo degli iscritti e degli immatricolati dal 2008 in poi, in uno scenario di assenza di investimenti sul diritto allo studio e sull’università nel suo complesso. L’Italia, per potersi togliere la maglia nera  delle classifiche OCSE deve iniziare a investire in provvedimenti strutturali, mirati a ricostruire il sistema universitario, con risorse finalizzate al reclutamento, all’abbattimento delle barriere all’accesso, come il numero chiuso e le tasse universitarie (le terze più alte in Europa) e il bassissimo numero di studenti borsisti.

Qui il rapporto completo (EN)

Qui la sintesi (IT)

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