I super-atenei europei? Facciamo chiarezza

By 28 settembre 2019 Università

I super-atenei europei? Facciamo chiarezza

L’iniziativa, lanciata da Macron nel 2017, ha visto 17 progetti di super-ateneo passare il vaglio della Commissione Europea. Il progetto tuttavia rischia di cristallizzare le disuguaglianze dell’istruzione in università “europee” di serie A e atenei “nazionali” di serie B: in Italia solo 2 atenei selezionati su 12 sono del sud. Le proposte dell’Unione degli Universitari e della European Students’ Union a riguardo.  

Il 26 giugno il Commissario europeo per l’Istruzione, Cultura, Gioventù e Sport Tibor Navracsics ha annunciato i risultati del primo bando della “European Universities Initiative”: un progetto in gestazione da due anni e che ha da tempo catturato l’attenzione degli addetti ai lavori e, dopo l’annuncio dei vincitori, anche delle opinioni pubbliche europee. Diamo qualche numero: 54 i progetti presentati, 17 quelli selezionati, 85 milioni di euro investiti dalla Commissione, 114 università europee e più di 3 milioni di studenti coinvolti nei progetti vincitori. Tuttavia sia l’Unione degli Universitari che la European Students’ Union, rappresentante 20 milioni di studenti europei e di cui l’UDU è l’unico membro italiano, hanno espresso scetticismo su questo progetto: come mai?

Un progetto europeo dalle radici francesi

La genesi del progetto delle Università europee si trova nel discorso pronunciato dal Presidente francese Emmanuel Macron tenuto all’Università Sorbona il 26 settembre 2017: “Propongo la creazione di università europee che saranno reti di università da diversi Paesi d’Europa, mettendo in piedi un percorso dove ciascuno dei suoi studenti studierà all’estero e seguirà dei corsi in almeno due lingue. Delle università europee che saranno anche dei luoghi d’innovazione pedagogica e di ricerca di eccellenza. Dobbiamo porci come obiettivo, per il 2024, di costruirne almeno una ventina. Ma dobbiamo, a partire dall’inizio del prossimo anno accademico, strutturare le prime con dei veri semestri europei e dei veri diplomi europei”. In un anno, quello che era il passaggio di un discorso viene approvato dal Consiglio Europeo, citato nel Comunicato della Conferenza Ministeriale di Parigi del Processo di Bologna (che riunisce i Ministri dell’Istruzione dei Paesi dello Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore, che si estende dal Portogallo al Kazakistan) e varato come nuovo progetto all’interno del bando Erasmus+  2019. Ma cosa sono le Università Europee? Le Università Europee sono delle alleanze di almeno tre università provenienti da 3 Paesi appartenenti al progetto Erasmus (Stati Membri dell’UE più Islanda, Liechtenstein, Macedonia del Nord, Norvegia), che creano delle collaborazioni strutturali di lungo termine fra gli istituti partner, col fine di creare un singolo Istituto Europeo per ogni alleanza, rilasciante un titolo di studio europeo. Tali alleanze sono pensate come centri d’eccellenza, il cui corpo studentesco debba riflettere la diversità delle società europee e del quale almeno la metà sia coinvolta in programmi di scambio, e in cui lo studente possa personalizzare il proprio programma di studi.

 

Gli studenti europei: no ad università europee elitarie, sì all’internazionalizzazione per tutte le università

Sin dal discorso della Sorbona, l’Unione degli Universitari ed il Topics Network, che raccoglie le unioni studentesche progressiste europee da Germania, Francia, Belgio francofono, Lussemburgo, Austria, Svizzera e Italia, si sono interessati alla questione ed hanno promosso all’interno dell’ESU una visione critica del progetto. Le Università Europee presentano due ordini di criticità: di visione politica, e di previsioni pratiche. Insieme all’ESU, l’UDU e il Topics Network accolgono con favore i progetti di mobilità internazionale, ma credono che un vero spazio europeo dell’istruzione si possa costruire solo con la collaborazione di tutte le università europee, mentre la proposta delle Alleanze, per come è impostata, rischia di creare un sistema universitario europeo a due velocità, con le università più forti di ogni Paese integrate in un’alleanza europea, per la maggior facilità con cui le università più forti e con già forti reti di collaborazione internazionali potranno accedere ai fondi del progetto, mentre le altre università rimarranno semplicemente “nazionali”. Ciò è rafforzato da diversi elementi: l’indicazione di un termine temporale (2024) e di numeri (una ventina) di alleanze indicherebbe che ci troviamo in una fase costituente durante la quale si formeranno le alleanze, che poi funzioneranno a pieno regime dopo il 2024; l’assegnazione a tali alleanze di uno status giuridico e di un titolo di studi europei distinguerà anche legalmente i partner delle alleanze dalle università nazionali escluse; benché il bando sia stato lanciato a metà ottobre, diversi grandi atenei europei, fra i quali Bologna e Sapienza avevano già annunciato, con comunicati stampa ufficiali, la formazione delle alleanze con le quali avrebbero partecipato al bando prima ancora che i criteri di partecipazione fossero resi pubblici. Il bando ha confermato diverse delle criticità che ci aspettavamo: in una risoluzione dell’ESU redatta da UDU (Italia), fzs (Germania) e ANOSR (Romania), denunciamo come il progetto sia sbilanciato regionalmente verso le università dell’Europa occidentale, come si vogliano creare degli istituti unici europei, ma non si predisponga un piano per la convergenza al rialzo dei diritti degli studenti all’interno di ciascuna alleanza (così, iscrivendosi in Italia ad un ateneo dell’alleanza si pagheranno le tasse universitarie, ad esempio, mentre gli studenti della stessa alleanza ma dell’ateneo svedese non ne pagheranno), come non è richiesta la presenza della rappresentanza studentesca negli organi di governo dell’alleanza. Ma le criticità più grandi rilevate sono tre: l’entità del finanziamento, l’equiparazione fra mobilità fisica e virtuale e la possibilità di coinvolgere i privati nell’alleanza. Stando ai risultati del bando, l’investimento annuo per studente che il finanziamento della Commissione europea fa per la mobilità studentesca ammonta a 18 euro l’anno. Questo però con l’obiettivo di raggiungere il 50% minimo di studenti in mobilità (la mobilità finanziata in questo modo è massimo 3 mesi, più di 3 mesi rientra invece all’interno del normale programma Erasmus). Il bandolo della matassa sta nella definizione di mobilità: la Commissione Europea definisce allo stesso modo sia la mobilità fisica, sia quella virtuale (seguire corsi online di altre università), sia quella “mista” (blended) fisica/virtuale. In questo modo, solo chi potrà permetterselo economicamente avrà accesso alla mobilità fisica, mentre per gli altri sarà disponibile quella virtuale. A ciò si aggiunga la possibilità di aziende private di essere partner associati dell’Alleanza, anche con l’obiettivo di rendere tali progetti più “sostenibili”: ciò che ne emerge è quindi il quadro di Alleanze in cui la vera mobilità è perseguibile solo dagli studenti più avvantaggiati economicamente e dove i privati possono avere una voce in capitolo forte sull’organizzazione dell’Università. Considerando che tali Alleanze dovrebbero essere il modello per tutte le altre università, il quadro che ne esce è di una generale elitarizzazione delle università, sempre più prone alle logiche di mercato. Un altro rischio è che, proprio per la mancanza di fondi, gli Atenei dirottino risorse tratte dal normale programma Erasmus da altre mete verso gli atenei partner dell’alleanza. In attesa dell’uscita dei risultati, a maggio abbiamo tirato le fila del processo di presentazione dei progetti: in una risoluzione ESU congiunta con fzs (Germania) e CREUP (Spagna), abbiamo rilevato come nella maggior parte dei casi analizzati provenienti da sette Paesi, gli studenti europei non siano stati coinvolti nella strutturazione del progetto, e i primi esperimenti di coinvolgimento degli studenti nelle strutture di governo dell’alleanza sono state solamente simboliche; inoltre, benché non sia esclusa esplicitamente la partecipazione di università esterne ai Paesi Erasmus in qualità di partner associati, in alcuni casi si è assistito all’esclusione di università precedentemente coinvolte in accordi di collaborazione perché non risiedenti in un paese Erasmus (è il caso delle università svizzere). I risultati del bando confermano diverse nostre aspettative: delle 114 università coinvolte nei progetti vincenti, solo 19 sono dell’Europea centro-orientale, e sono spesso le università più forti (delle 14 tedesche, solo 3 vengono dalla vecchia Germania Orientale, e 10 sono già coinvolte in un progetto tedesco di valorizzazione delle eccellenze). Il caso italiano è emblematico: con 12 istituti vincitori, siamo i terzi in Europa dopo Francia (16) e Germania (14), ma uno di questi, lo European University Institute di Firenze, è un istituto universitario di proprietà dell’Unione Europea (non considerabile quindi come un ente educativo solamente italiano), e delle altre 11, solo 2 sono del sud (Cagliari, Palermo), mentre il centro è rappresentato solo dalle 3 romane (Sapienza, Tor Vergata, Belle Arti), e 6 atenei sono del nord (Bologna, Milano Statale, Bocconi, PoliTo, Trento, Padova).

 

Cosa chiediamo: un progetto inclusivo di tutti gli studenti e di tutti gli atenei europei

Ci sono due modi in cui l’università può contribuire al processo d’integrazione europea: può creare un sistema europeo dell’istruzione in cui tutte le università siano europee, ed in cui tutti gli studenti possano vivere la dimensione europea dell’università: l’obiettivo è creare cittadini europei, ed il programma che lo incarna è l’Erasmus. Oppure può puntare a creare una ristretta classe dirigente europea, che gestisca gli affari comunitari ma che rischia di accentuare lo scollamento fra “élite” e “popolo” che oggi mette a rischio l’intero edificio europeo: oggi questa seconda opzione è incarnata dalle Università Europee. Quello che chiediamo è, come base, un cambio di passo politico: l’idea del titolo di studio europeo dev’essere abbandonata (tutti i titoli di studio devono essere europei, non solo alcuni), ed il progetto deve mirare ad includere, nel lungo periodo, tutte le università dei Paesi Erasmus. In tale prospettiva, il progetto Erasmus dovrà continuare ad esistere come progetto di scambio fra università di alleanze diverse, al fine di evitare che queste alleanze cristallizzino le disuguaglianze fra gli atenei esistenti al momento della loro formazione. Chiediamo inoltre un maggiore equilibrio geografico e d’inclusività della diversità degli istituti d’istruzione superiore europei, oltre che la possibilità esplicita ad atenei fuori dal programma Erasmus di poter partecipare come partner associati; che sia predisposto, in ogni alleanza, un piano di convergenza verso l’alto dei diritti e delle condizioni degli studenti dell’Università Europea, col fine di raggiungere la parità di diritti e condizioni; che gli studenti siano coinvolti nella progettazione dei prossimi bandi e dei prossimi progetti sottoposti, e che i rappresentanti studenteschi delle università partner compongano almeno il 25% degli organi di governo delle alleanze; che l’unica mobilità considerata valida al fine degli obiettivi da raggiungere sia la mobilità fisica; che i partner privati non possano avere diritto di voto negli organi di governo delle alleanze; che i fondi per l’Erasmus non siano tagliati a favore di quelli per le Università Europee. Inoltre, come abbiamo scritto in una nostra mozione approvata dal Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, che il Ministero dell’Istruzione istituisca una cabina di regia a sostegno di tutte le università che hanno partecipato al primo bando e che finanzi, con un fondo apposito, aggiuntivo rispetto agli attuali finanziamenti all’istruzione e senza oneri per quello della mobilità internazionale, la mobilità fisica degli studenti italiani di università partner di un’alleanza, al fine di raggiungere almeno il 50% degli studenti in mobilità.

Gli studenti italiani ed europei sono pronti a raccogliere la sfida di un sistema dell’istruzione superiore europeo ed inclusivo: dalle università ci aspettiamo che non gareggino per fregiarsi meramente del titolo, ma che comprendano la portata politica del progetto cui decidono di partecipare; dai governi che rivedano l’impostazione elitaria dell’attuale progetto al fine di promuovere davvero un’università europea per tutti gli studenti.