Verona, 11 novembre 2025 – Elisa Perini, nata a Povegliano Veronese nel 1922 e deportata in Germania nel 1943, non ha mai parlato con la famiglia del suo internamento e della fuga. Solo ora, a molti anni di distanza, la figlia Marie Rose Rossetti, 74 anni, chiede che le venga riconosciuta la Medaglia d’onore del Presidente della Repubblica. Un passato rimasto nascosto fino a quando, cinque anni dopo la morte di Elisa, è spuntata una sua dichiarazione al Comitato di liberazione provinciale. Oggi, grazie al lavoro degli storici e del Comune, quella vicenda torna finalmente alla luce.
La verità nascosta di Elisa Perini
«Non sapevo nulla. Mia madre non raccontava niente», confida Marie Rose Rossetti nella sua casa a Charleroi, in Belgio. Fino a quando lo storico Renzo Perina non si è presentato alla sua porta, nessuno in famiglia conosceva il passato di Elisa. Nessuna parola, nemmeno un accenno ai giorni passati nei campi di internamento tedeschi durante la guerra. Solo silenzio, e poi una nuova vita da sarta accanto alla madre Leonilde.
Quel segreto è rimasto chiuso per decenni. Poi, cinque anni dopo la morte di Elisa, tra vecchi documenti è saltata fuori una sua dichiarazione al Comitato di liberazione provinciale. Un documento che ha cambiato tutto. «Sto cercando di ricostruire quegli anni, dal ’42 al ’45, ma è davvero difficile», spiega Marie Rose. Ha scritto all’anagrafe di Charleroi e all’ambasciata italiana in Belgio, ma senza risposte. «Ci sono molti documenti militari, ma pochissimi su civili internati», aggiunge.
Dalla fuga in Germania a una nuova vita in Belgio
Come Elisa sia riuscita a scappare dal campo tedesco resta un mistero. Nessuna testimonianza diretta, nessun dettaglio passato di bocca in bocca. Si sa solo che, dopo la fuga, Elisa ha raggiunto la madre Leonilde a Charleroi. Qui ha ricominciato da capo: lavoro da sarta, punto di riferimento per i veneti emigrati, e l’incontro con Anselmo Rossetti, soldato di Vigasio e anche lui internato in Germania.
«Forse nemmeno mio padre sapeva della deportazione di mia madre – ammette Marie Rose – altrimenti ce l’avrebbe detto». In casa Rossetti il passato restava fuori. Nessuna parola sulla casa distrutta dalle bombe, nessun racconto dei giorni di prigionia. Solo la fatica del presente e la voglia di voltare pagina.
La battaglia per la Medaglia d’onore
Oggi Marie Rose vuole che la storia della madre «non resti solo un segreto di famiglia, ma diventi finalmente un ricordo pubblico». Da tre anni collabora con storici e Comune di Povegliano Veronese, che aiutano le famiglie degli internati a recuperare i documenti per chiedere la Medaglia d’onore del Presidente della Repubblica.
Lo scorso 26 agosto Marie Rose ha firmato la richiesta ufficiale in municipio. «Mia madre merita che la sua storia venga raccontata», ripete con voce ferma. La sindaca di Povegliano, Roberta Tedeschi, ha sottolineato come «dopo 84 anni la storia di Elisa Perini è tornata a casa». Un ritorno fatto di documenti, testimonianze raccolte con fatica e la volontà di non lasciare che il silenzio vinca ancora.
Un’eredità da ricostruire mattoncino dopo mattoncino
Ricostruire la storia di Elisa Perini non è facile. Mancano documenti ufficiali sugli internati civili italiani in Germania; le tracce si perdono tra archivi incompleti e ricordi ormai sfocati dal tempo. Ma Marie Rose non si arrende: «Voglio sapere tutto quello che posso», dice. La sua ricerca va avanti tra lettere inviate agli uffici comunali e richieste all’ambasciata.
Nel frattempo, a Povegliano Veronese cresce l’attenzione verso le storie degli internati dimenticati. Il lavoro degli storici locali e il sostegno del Comune stanno dando voce a chi per troppo tempo è rimasto nell’ombra. La memoria di Elisa Perini – sarta, madre e donna sopravvissuta alla deportazione – oggi trova finalmente spazio nella storia del paese.
Un segreto custodito per una vita intera che ora diventa memoria condivisa. E forse, anche giustizia.
