Città del Vaticano, 11 novembre 2025 – Vivian Liska, docente universitaria e direttrice dell’Institute of Jewish Studies di Anversa, ha raccontato a Repubblica un episodio di insulto antisemita subito da una guardia svizzera durante un’udienza papale in Vaticano, proprio nei giorni delle celebrazioni per la Nostra Aetate. Liska, presente con una delegazione ebraica, ha descritto un gesto di disprezzo accompagnato da un commento sussurrato che l’ha profondamente turbata. La vicenda, inizialmente segnalata dal settimanale austriaco Die Furche, ha acceso un dibattito più ampio sul clima di accoglienza e dialogo interreligioso dentro le mura vaticane.
“Un gesto breve, ma carico di significato”: il racconto di Vivian Liska
Secondo quanto ricostruito dalla professoressa, tutto è successo in pochi secondi, mentre si trovava in piazza San Pietro con altri membri della delegazione ebraica. “Mi sono trovata davanti a una guardia svizzera che prima ha detto ad alta voce ‘niente fotografie’, poi a bassa voce ha pronunciato la parola ‘juifs’, cioè ebrei, accompagnandola con un piccolo gesto come per sputare”, ha raccontato Liska. Non uno sputo vero e proprio, precisa, ma un gesto chiaro e offensivo. “Gli ho chiesto cosa avesse detto, lui ha negato. Ho insistito: ‘Hai detto ebrei?’. Ha scosso la testa. Allora gli ho detto che mentiva e sono andata da un’altra guardia a riferire quello che era successo”.
Liska ha sottolineato come la parola “ebrei” fosse stata detta con disprezzo. “Altrimenti non avrei reagito così”, ha ammesso. “Non sono una persona fissata con l’antisemitismo”. L’episodio, seppur veloce, le ha lasciato un segno. “È stato scioccante, ma non gli avrei dato peso se non temessi che sia un segnale di qualcosa di più grande”.
Le risposte vaticane: scuse e indagini in corso
Circa quindici minuti dopo l’episodio, un responsabile della sicurezza vaticana si è avvicinato a Liska per scusarsi. “Si è scusato con molta sincerità”, ha detto la docente. Nei giorni seguenti, è arrivata anche una telefonata da parte di un’autorità delle Guardie svizzere: “Mi hanno detto che hanno rivisto le immagini delle telecamere in zona, ma non si sente cosa ha detto la guardia”. Hanno comunque assicurato che sono state prese misure appropriate.
Il fatto si inserisce in un momento delicato, quello delle celebrazioni per la dichiarazione conciliare Nostra Aetate, un documento chiave per il dialogo tra cattolici ed ebrei. A Roma, in quei giorni, si sono alternati momenti di confronto e tensione. “Sono successe cose belle, altre deludenti e anche preoccupanti”, ha ammesso Liska.
Tra luci e ombre: il volto del dialogo interreligioso nelle celebrazioni
Nonostante l’incidente, Liska ha voluto riconoscere il valore di alcune figure presenti alle celebrazioni. “Ho molto apprezzato le parole del cardinale Kurt Koch e di teologi come Christian Rutishauser e Gregor-Maria Hoff”, ha detto. Ma non sono mancati episodi che l’hanno lasciata perplessa.
Durante un incontro alla Pontificia Università Gregoriana, il gesuita Mario Imperatori avrebbe paragonato le azioni di Israele a Gaza a quelle dei nazisti, usando anche riferimenti a Satana in relazione agli ebrei israeliani. “Questo mi ha colpito negativamente”, ha raccontato Liska.
Alla commemorazione serale della Nostra Aetate, l’unica voce ebraica invitata a intervenire è stata quella del direttore di un’organizzazione pacifista di Gerusalemme. Nel suo discorso, oltre a esprimere dolore per il 7 ottobre e per le vittime di Gaza, ha parlato di “profonda vergogna” per quella che ha definito “cecità morale nella mia comunità”. Un passaggio accolto con un lungo applauso in aula. “Quegli applausi da parte dei rappresentanti delle religioni mondiali e la scelta di dare la parola solo a questa persona mi hanno messo molto a disagio”, ha confidato Liska.
Un caso isolato o un segnale più grande?
La docente belga invita a non generalizzare: “Per me è stato il comportamento sbagliato di un singolo”. Ma il fatto che la storia abbia fatto il giro del mondo, suo malgrado, solleva più di qualche domanda sul clima attuale tra comunità religiose. “Non volevo che questa storia diventasse virale”, ha concluso Liska. Il disagio, però, resta. E con esso la speranza che il dialogo tra le fedi riesca a superare gesti e parole che rischiano di minare la fiducia costruita nel tempo.
