Milano, 2 febbraio 2026 – Alberto Trentini, 34 anni, cooperante veneto, ha raccontato ieri sera a “Che tempo che fa” la sua incredibile storia. Dopo 423 giorni passati in carcere in Venezuela senza accuse formali, è stato liberato lo scorso 12 gennaio. In studio, accolto da un lungo applauso, ha ripercorso con Fabio Fazio e il pubblico i momenti più duri della sua prigionia, segnata da condizioni estreme e dall’incertezza continua sul proprio destino.
Fermato al confine: l’inizio del calvario
Trentini, con una maglietta nera e lo sguardo segnato ma calmo, ha raccontato che tutto è cominciato a Guasdualito, nel sud del Venezuela, vicino al confine con la Colombia. Era novembre 2024. «Mi hanno fermato a un posto di blocco e chiesto il passaporto. Appena hanno visto che ero italiano, si sono insospettiti», ha detto. Da lì hanno sequestrato il telefono, lo hanno interrogato per quattro ore e poi lo hanno arrestato. Solo mesi dopo ha capito davvero perché era stato preso: «Il direttore del carcere ci disse che eravamo pedine di scambio».
Vita in cella: tra isolamento e sopravvivenza
Per più di un anno, Trentini ha vissuto in una cella di 2 metri per 4, con un altro detenuto. «C’era solo una buca usata come latrina e doccia», ha spiegato. L’acqua arrivava due volte al giorno e non c’era quasi niente per passare il tempo. «All’inizio i pensieri erano confusi, pensavo solo a come uscire», ha ammesso. Dopo mesi di isolamento, una telefonata ai genitori ha cambiato tutto: «Sapere che stavano bene mi ha dato nuova forza».
Tra i dettagli del racconto spiccano piccoli gesti di umanità: occhiali fatti “di fortuna” dopo il sequestro degli effetti personali, e una scacchiera costruita con carta igienica e sapone, regalo dei compagni colombiani, che gli ha permesso di mantenere un minimo di socialità tra le celle. I carcerieri, sempre con passamontagna neri, non volevano che si creassero legami umani, ha detto.
Pressioni e interrogatori: la macchina della verità
Trentini ha spiegato di non aver subito violenze fisiche, «quelle erano riservate a chi consideravano colpevole», ma le pressioni psicologiche sono state costanti. Ricorda soprattutto le sessioni con la macchina della verità: «Mi hanno incappucciato e portato in una casa. Dodici domande su presunti legami con spionaggio e terrorismo». L’obiettivo, secondo lui, era farlo sbagliare per incriminarlo.
Prima di essere trasferito nel carcere Rodeo 1, è stato rinchiuso nella cosiddetta “Vasca” o “Acquario”, nel quartier generale del controspionaggio militare venezuelano. «Una stanza con un vetro: tu non vedi fuori, loro vedono te. Dieci giorni lì dentro, seduto dalle sei del mattino alle nove di sera, aria condizionata al massimo. Si parla poco, si mangia poco», ha ricordato.
Paura e liberazione: il momento più difficile
Quando gli è stato chiesto se ha temuto per la vita, Trentini non ha avuto dubbi: «Solo durante l’arresto, quando mi hanno caricato su una camionetta e portato in una strada di campagna. Ho pensato: forse è finita». Poi la paura della tortura, mai arrivata ma sempre presente.
La liberazione è arrivata a gennaio, in un clima di alta tensione internazionale. Trentini ha detto di aver capito che «qualcosa di grave stava succedendo», riferendosi al raid statunitense che aveva portato alla cattura di Nicolás Maduro. «Non sapevo esattamente cosa stesse succedendo», ha confessato.
Il ritorno a casa e cosa verrà dopo
Tornato in Italia, Trentini ha evitato i riflettori: «Non sono stato a Venezia per evitare clamore», ha spiegato. Ha scelto di stare con la famiglia materna e la compagna. Il padre lo ha visto solo in videochiamata: «Devo ancora abbracciarlo». Sul futuro lavorativo è cauto: «Mi piacerebbe riprendere il mio lavoro».
Alla fine dell’intervista, lo studio si è stretto intorno a lui con un applauso lungo e sentito. Una foto con Fabio Fazio e la madre Armanda Colusso ha chiuso la serata. Solo in quel momento, tra le luci dello studio e i volti commossi del pubblico, è sembrato davvero possibile voltare pagina dopo quei 423 giorni di prigionia.
