Roma, 3 febbraio 2026 – A un anno e mezzo dall’entrata in vigore del decreto per il taglio delle liste d’attesa, i risultati per i cittadini sono ancora lontani. Lo conferma l’ultima analisi della Fondazione Gimbe, che ha fatto il punto sulla situazione. Mancano ancora due decreti attuativi fondamentali e la piattaforma nazionale per il monitoraggio delle liste d’attesa non offre dati chiari per capire dove si annidano i problemi.
Liste d’attesa, Gimbe: i dati non dicono nulla di utile
Nel 2025 sono state effettuate 57,8 milioni di prestazioni tra visite specialistiche ed esami diagnostici. Tuttavia, la Piattaforma nazionale per le liste d’attesa (Pnle), pensata per monitorare e rendere trasparenti i tempi di attesa, non aiuta a capire dove si accumulano i ritardi o quali prestazioni sono più critiche. “I dati sono confusi e non offrono una fotografia chiara per regione, azienda o tipo di prestazione”, si legge nel rapporto. Di fatto, il sistema non permette ai cittadini di orientarsi, né di conoscere le differenze tra pubblico e privato accreditato, o tra prestazioni a carico del Servizio sanitario nazionale (Ssn) e quelle in intramoenia.
La Fondazione stima che circa il 30% delle prestazioni venga erogato in regime intramoenia, cioè fuori dall’orario di lavoro ordinario dei medici ospedalieri, ma sempre dentro le strutture pubbliche. Un dato che, secondo gli esperti, rischia di aumentare le disparità nell’accesso alle cure.
Decreti attuativi: due su sei ancora nel cassetto
Al 1 febbraio 2026, sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale solo quattro dei sei decreti attuativi previsti dal Decreto Legge 73/2024 sulle liste d’attesa. Restano in sospeso due provvedimenti cruciali: il primo riguarda il metodo per calcolare il personale necessario negli enti del Ssn (articolo 5, comma 2); il secondo le linee guida nazionali per gestire un nuovo sistema di disdetta delle prenotazioni e per migliorare l’organizzazione delle agende (articolo 3, comma 5). Per questi ultimi non è stata fissata alcuna scadenza.
“Dopo tanti annunci e proclami – commenta Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe – il Decreto Legge sulle liste d’attesa non ha ancora portato benefici concreti a cittadini e pazienti”. Una critica netta, che risuona anche tra le associazioni dei pazienti e negli ambienti delle strutture sanitarie pubbliche.
Il nodo vero: le attese lunghe e la mancanza di ascolto
I cittadini continuano a lamentare tempi d’attesa troppo lunghi per visite ed esami. “Ho prenotato una risonanza magnetica a ottobre, ma l’appuntamento è a giugno prossimo”, racconta Maria, 54 anni, di Tor Bella Monaca. Situazioni simili si ripetono in tutta Italia, con differenze evidenti tra Nord e Sud. Secondo Gimbe, la piattaforma nazionale non permette nemmeno di confrontare i tempi tra regioni o aziende sanitarie locali.
Anche chi lavora negli ospedali fatica a gestire le agende. Un medico del San Camillo di Roma, che preferisce restare anonimo, spiega: “Senza strumenti chiari e senza personale a sufficienza, smaltire l’arretrato è un’impresa. La piattaforma dovrebbe aiutarci a capire dove intervenire, ma così com’è non serve a molto”.
Le prospettive restano incerte: attese lunghe e poca chiarezza
Dall’analisi della Fondazione Gimbe emerge un quadro di un sistema ancora in alto mare. I cittadini aspettano, mentre le istituzioni continuano a promettere soluzioni che tardano ad arrivare. Senza i decreti attuativi mancanti e senza una piattaforma davvero trasparente, il rischio è che le liste d’attesa restino uno degli ostacoli principali all’accesso alle cure nel servizio sanitario pubblico.
Il Ministero della Salute, interpellato, ha fatto sapere che “sono in corso approfondimenti tecnici” sui decreti ancora fermi. Ma per ora, come sottolinea Cartabellotta, “non c’è alcun beneficio concreto per i cittadini”. E in molti, dagli ospedali alle case degli italiani, hanno la sensazione che la soluzione sia ancora lontana.
