Moussa Sangare si difende in aula: «Non sono stato io a uccidere Sharon Verzeni»

Moussa Sangare si difende in aula: «Non sono stato io a uccidere Sharon Verzeni»

Moussa Sangare si difende in aula: «Non sono stato io a uccidere Sharon Verzeni»

Matteo Rigamonti

Novembre 11, 2025

Bergamo, 11 novembre 2025 – Moussa Sangare, 31 anni, ha cambiato versione oggi in aula, ritrattando la sua confessione sull’omicidio di Sharon Verzeni, la giovane uccisa a coltellate nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2024 a Terno d’Isola. Davanti alla Corte d’Assise di Bergamo, Sangare ha negato ogni responsabilità. Ha detto di essere passato in bicicletta proprio mentre Sharon stava litigando con un altro uomo. “Ho capito che sarebbe finita male, ho accelerato e sono andato via”, ha raccontato. Poi ha aggiunto di essersi disfatto dei vestiti e del coltello per paura di finire coinvolto.

Sangare torna sui suoi passi: “Non sono stato io”

Durante l’udienza, Sangare ha risposto alle domande del pubblico ministero con un tono deciso, anche se a tratti incerto. Alla domanda sulla sua confessione precedente, ha detto: “Me l’hanno detto i carabinieri”. Secondo lui, ha ammesso tutto solo perché era sotto pressione e sperava di essere liberato. “Secondo me è stato uno di Terno che sapeva come evitare le telecamere”, ha aggiunto, riferendosi ai filmati di videosorveglianza che lo mostrano nella zona, ma non mentre aggrediva la vittima.

Le prove che inchiodano Sangare

Nonostante la sua nuova versione, la posizione di Sangare resta difficile. Gli investigatori hanno ricostruito la notte dell’omicidio grazie a diversi elementi concreti. Due testimoni, Amin Ettayeb e Mohamed Ghannamy, lo hanno visto pedalare in quella zona e in quell’orario. Il punto più importante però riguarda il DNA: tracce della vittima sono state trovate sulla bicicletta usata da Sangare quella sera. “Questa è l’unica cosa che non mi spiego”, ha ammesso lui stesso davanti ai giudici.

Le indagini: un puzzle che si è ricomposto lentamente

L’inchiesta sulla morte di Sharon Verzeni era iniziata come un caso senza un movente chiaro. Gli investigatori avevano indagato sulla vita della giovane, compreso il rapporto con il compagno, risultato estraneo ai fatti. Solo dopo settimane di rilievi e analisi dei filmati delle telecamere pubbliche e private è emersa la figura dell’“uomo in bici”. La raccolta del DNA tra i residenti ha permesso di restringere il cerchio fino all’arresto di Sangare.

Il profilo dell’imputato: lucido ma con disturbi

Nel corso del processo è stata depositata una perizia psichiatrica su Sangare. L’uomo soffre di un disturbo di personalità narcisistico e antisociale, ma secondo la consulente del tribunale questi tratti non hanno compromesso la sua capacità di intendere e volere. In parole semplici, Sangare era lucido al momento del delitto. Nella prima confessione aveva parlato di un raptus improvviso, ma gli esperti hanno escluso si sia trattato di un gesto fuori controllo.

Il dolore della famiglia Verzeni

In aula c’era anche Bruno Verzeni, il padre di Sharon. Visibilmente scosso, ha espresso amarezza per la scelta di Sangare di non chiedere scusa: “Nonostante ne avesse la possibilità, non ha voluto scusarsi. Ha preferito dire che non è lui il colpevole. Questo ci fa molto male. Noi vogliamo solo che si faccia davvero giustizia, perché abbiamo capito che non ha alcun rimorso”, ha confidato ai cronisti all’uscita dal tribunale.

Un caso che resta aperto

La morte di Sharon Verzeni continua a essere una ferita aperta per la comunità di Terno d’Isola. La giovane era uscita per fare jogging quella sera d’estate e si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non è mai emerso un movente chiaro: per gli inquirenti, Sangare non conosceva la vittima. Ora tocca ai giudici decidere, valutando le nuove dichiarazioni dell’imputato e le prove raccolte in questi mesi. La sentenza arriverà nelle prossime settimane.