Roma, 16 dicembre 2025 – Nei primi giorni di dicembre, Meta ha chiuso una rete di pagine italiane su Facebook e Instagram. La decisione è arrivata dopo aver scoperto gravi e ripetute violazioni delle regole della piattaforma. A comunicarlo è stata la stessa azienda, che ha concluso una verifica interna. Dalle indagini è emersa una linea editoriale ben precisa, fatta di contenuti antisemiti, attacchi personali e riferimenti sessuali e violenti. Non si è trattato di episodi isolati: Meta parla di un “modello comunicativo” volto a disumanizzare le persone prese di mira.
Una rete di pagine nel mirino
Le pagine, collegate al nome “Phazyo”, erano attive da tempo e avevano raccolto un seguito importante. Negli ultimi mesi, la loro attività si è fatta più intensa, con post e meme costanti che prendevano di mira personaggi pubblici, minoranze religiose e volti noti italiani. Il punto di rottura è stato il lancio di messaggi che – secondo i report interni – invitavano apertamente a una “guerra contro gli ebrei”. In uno dei post più chiari, si leggeva: «Attenzione, comunicazione importante!!! L’armistizio non si applica a noi e pertanto vi chiedo di continuare a considerarvi in guerra contro gli ebrei». Un invito senza mezze misure.
Antisemitismo e odio a parole
L’odio antisemita era solo una parte del problema. Nei testi si trovavano riferimenti caricaturali ai tratti fisici – come il naso adunco – e l’uso offensivo di nomi come “Shlomo” per indicare genericamente persone ebree. Non mancavano allusioni alla circoncisione o al Muro del Pianto, usate per ridicolizzare. La memoria della Shoah veniva strumentalizzata in modo spregevole: figure come Liliana Segre erano protagoniste di storie inventate e umilianti, mentre eventi recenti come la strage del 7 ottobre venivano citati solo per deridere o addossare colpe collettive.
Nei commenti degli utenti, come emerge dalle analisi, si moltiplicavano insulti espliciti e frasi come «Ebrei infami», alimentando un clima di odio pesante. Un linguaggio che, spiegano fonti vicine a Meta, non lasciava spazio a interpretazioni satiriche o ironiche.
Attacchi personali e sessualizzazione
Non solo antisemitismo: le pagine si distinguevano per l’aggressività rivolta a figure pubbliche, anche decedute o molto amate. La senatrice Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto, veniva spesso descritta in scene sessualizzate o ritratta come una strega dalla pelle verdastra, protagonista di racconti violenti in cui torturava minori per soldi. Un altro caso è quello della conduttrice Nadia Toffa, morta nel 2019: il suo nome veniva usato per allusioni sessuali e riferimenti a “porno deepfake”.
Non mancavano episodi di body shaming. In un post, Michela Murgia e Mario Adinolfi venivano descritti come “i maggiori obesi degli opposti schieramenti”, inseriti in una scena grottesca con un “feto maturo” e la figura di Dio cristiano. Il racconto continuava con dettagli volutamente estremi e degradanti.
Giornalisti nel mirino
Anche diversi giornalisti italiani sono stati presi di mira. Daniele Capezzone, direttore de Il Tempo, Paolo Mieli, David Parenzo ed Enrico Mentana comparivano in vignette o racconti che richiamavano stereotipi antisemiti o li collegavano a pratiche degradanti. In un caso, Parenzo veniva descritto come una creatura disumana dal sangue “verdastro”, capace di rigenerarsi dopo un colpo di pistola.
Alcuni post sfociavano in allusioni pesanti alla pedofilia: Capezzone veniva mostrato in uno spogliatoio scolastico attraverso una foto reale decontestualizzata, accompagnata da un testo scritto come se fosse il punto di vista di una studentessa minorenne. Un’accusa infondata, costruita solo per suscitare disgusto e umiliazione.
Meta chiude le pagine: un segnale forte
La chiusura delle pagine, spiegano fonti interne a Meta, è arrivata dopo una richiesta formale di controllo dei contenuti. “Non si è trattato di episodi sporadici”, hanno chiarito dalla piattaforma, “ma di una lunga serie di attività che vanno contro gli Standard della Community”. L’obiettivo era fermare la diffusione sistematica di odio contro gli ebrei e la disumanizzazione dei bersagli.
Per Meta, la rimozione di queste pagine è un segnale chiaro contro chi usa i social per diffondere violenza e discriminazione. “La libertà di espressione non può diventare un alibi per l’incitamento all’odio”, ha detto un portavoce dell’azienda. Ma il dibattito resta acceso: tra chi chiede più controllo sulle piattaforme e chi teme che si arrivi a censurare troppo. Sarà il tempo a dire se questa scelta segnerà davvero una svolta nella gestione dei contenuti online in Italia.
