Roma, 20 dicembre 2025 – Il governo ha deciso di cancellare la possibilità di andare in pensione anticipatamente sommando gli importi delle forme di previdenza complementare. La misura, inserita con un emendamento alla manovra economica in discussione alla Camera, abroga una norma introdotta appena un anno fa nella legge di bilancio precedente. L’obiettivo è chiaro: risparmiare sulla spesa pensionistica, con un taglio stimato dal Ministero dell’Economia di 130,8 milioni di euro nel 2035.
Pensioni, si torna indietro sulla flessibilità
La norma cancellata era stata voluta con forza dal sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon (Lega), che la vedeva come un modo per dare più margine di manovra ai lavoratori in uscita. In pratica, permetteva di sommare la rendita del fondo pensione complementare a quella principale per raggiungere i requisiti minimi e andare in pensione a 64 anni, a patto di avere almeno 20 anni di contributi e che il calcolo fosse completamente contributivo. Per gli uomini, il minimo richiesto era pari a tre volte la pensione minima; per le donne, 2,8 volte.
Fonti del Ministero dell’Economia spiegano però che la misura ha avuto poco seguito. “Quella cosa l’abbiamo introdotta l’anno scorso, ma sembra che non interessasse a nessuno”, ha ammesso il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, durante un incontro con i giornalisti a via XX Settembre. “Mi dispiace, ma evidentemente non è stata considerata strategica”, ha aggiunto, lasciando intendere che la scelta nasce più dalla necessità di tagliare la spesa che da una decisione politica.
Risparmi in vista e le reazioni
Il taglio della norma porterà risparmi crescenti per lo Stato nei prossimi anni. Secondo la relazione tecnica allegata all’emendamento, i conti pubblici inizieranno a beneficiare già dal 2026, con un impatto che crescerà fino a superare i 130 milioni all’anno nel 2035. Una cifra importante, soprattutto in un momento di tensioni sui bilanci e pressioni europee per contenere la spesa.
Le reazioni non sono mancate. Il sottosegretario Durigon, contattato telefonicamente, ha espresso “rammarico” per la decisione: “Era una misura pensata per dare più libertà ai lavoratori e valorizzare la previdenza integrativa”, ha spiegato. Dall’opposizione, la deputata del Partito Democratico, Debora Serracchiani, ha parlato di “un passo indietro sulla flessibilità”, sottolineando come “la previdenza complementare andrebbe incentivata, non penalizzata”.
Previdenza complementare, cosa c’era dietro la norma cancellata
La norma eliminata rappresentava, secondo chi l’ha proposta, un primo tentativo di rendere cumulabili gli importi della pensione principale con quelli dei fondi complementari. Un’apertura che avrebbe potuto essere estesa, in futuro, anche ai lavoratori assunti prima del 1996, oggi esclusi da molte forme di flessibilità offerte dal sistema contributivo puro.
Secondo i dati della Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione), nel 2024 sono stati circa 9 milioni gli italiani iscritti a forme di previdenza complementare, ma solo una parte ha accumulato somme importanti. La possibilità di sommare le due rendite avrebbe potuto rappresentare un incentivo in più a iscriversi ai fondi integrativi, soprattutto per i giovani o per chi ha carriere lavorative discontinue.
Tra bilanci da sistemare e richieste sociali
La scelta del governo arriva in un momento di grande attenzione alla spesa previdenziale. Negli ultimi mesi, il tema pensioni è tornato al centro del dibattito politico, anche per via delle richieste europee e delle difficoltà a garantire la tenuta del sistema nel medio-lungo periodo. “Dobbiamo trovare un equilibrio tra sostenibilità dei conti e tutela dei diritti acquisiti”, ha riassunto Giorgetti.
Ora resta da vedere se il Parlamento deciderà di tornare sull’argomento nelle prossime settimane. Per il momento, la possibilità di pensione anticipata grazie al cumulo con la previdenza complementare viene archiviata. Con essa, almeno per ora, si allontana anche l’idea di una maggiore integrazione tra primo e secondo pilastro previdenziale.
