Roma, 21 dicembre 2025 – Laura Casagrande, 56 anni, ex compagna di musica di Emanuela Orlandi, è finita nel registro degli indagati con l’accusa di false informazioni ai pubblici ministeri. La notizia, diffusa ieri dalla Procura di Roma, arriva dopo anni di dichiarazioni confuse e amnesie da parte della donna, che il 22 giugno 1983 fu tra le ultime a vedere la quindicenne vaticana prima della sua misteriosa sparizione. Il caso Orlandi, ancora aperto, torna così sotto i riflettori della giustizia e dell’opinione pubblica.
Confessioni incerte e vuoti di memoria che insospettiscono
Durante l’audizione davanti alla Commissione bicamerale d’inchiesta, quasi due anni fa, Casagrande ha ripetuto più volte: «Non ricordo nulla di quello che ho detto nella mia deposizione di allora, ho un vuoto totale». Questa frase ha scandito un colloquio durato oltre un’ora, seguito da una quarantina di senatori e deputati. Le sue risposte, spesso titubanti e a volte in netto contrasto con le versioni precedenti, hanno sollevato dubbi negli inquirenti. Le contraddizioni si concentrano soprattutto su quello che successe intorno alle 19 del 22 giugno 1983, all’uscita dal Pontificio Istituto di Musica Sacra “Tommaso da Victoria”, dove Emanuela prendeva lezioni.
Un legame tenue o qualcosa di nascosto?
Casagrande ha detto ai parlamentari di non essere mai stata davvero amica di Emanuela: «Non c’era un’amicizia vera né una conoscenza approfondita. Sapevo solo che abitava in Vaticano e mi faceva un po’ strano». Ma a sorpresa, tre mesi dopo la sparizione, uno spartito di Orlandi è stato trovato con annotazioni di Laura: nome, numero di telefono e indirizzo. Per lei, si trattava solo di uno scambio di cartoline estive. Un dettaglio che però non ha mai convinto del tutto gli investigatori.
Il giorno della sparizione: ricordi che si dissolvono
Negli anni Casagrande ha cambiato almeno tre volte versione sulle ultime ore prima della scomparsa di Emanuela. In un’occasione ha detto di averla vista alla fermata degli autobus 70 e 26; in un’altra, solo da lontano mentre si avviava verso il bus. Ora, davanti alla Commissione, il ricordo sembra svanito: «Non ho alcuna memoria, è un buco totale». Lo stesso blackout vale per le compagne di classe: «Non ricordo nessuna», ha ammesso all’inizio, per poi riconoscere qualche nome su suggerimento dei parlamentari. Questo atteggiamento ha irritato il presidente della Commissione, che ha avvertito: «Se continuerà così, potremmo dover procedere con l’escussione testimoniale sotto giuramento».
La “vacanza forzata” in Umbria: fuga o protezione?
Un altro elemento emerso riguarda la cosiddetta “vacanza forzata”. Pochi giorni dopo la sparizione di Emanuela, Laura fu portata dalla nonna in un piccolo paese dell’Umbria. Due mesi lontana da Roma, in un luogo isolato. «Ero sconvolta, per questo poi ho smesso di andare all’istituto. L’ho deciso io, non me la sentivo più», ha raccontato. «Sono sempre stata una persona molto emotiva e ho imparato a rimuovere quello che non voglio vedere per andare avanti». Questa fuga improvvisa dalla capitale e l’interruzione delle lezioni hanno sollevato nuovi dubbi tra gli investigatori.
Dettagli che contano: i capelli ricci e le testimonianze
Durante l’audizione sono venuti fuori anche particolari che sembrano piccoli, ma agli occhi degli inquirenti sono importanti. Come i capelli ricci e scuri che Casagrande avrebbe avuto all’epoca. Un dettaglio ricordato dalla compagna Raffaella Monzi, considerata l’ultima persona ad aver parlato con Emanuela sul marciapiede di corso Rinascimento. Su questo punto, però, la memoria di Casagrande è sembrata traballare: prima ha negato, poi ha ammesso di averli avuti.
Accuse e prossimi passi della Procura
La Procura contesta a Laura Casagrande il reato di false informazioni ai pubblici ministeri. Secondo gli inquirenti, le sue dichiarazioni, spesso confuse o incomplete, avrebbero rallentato le indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Ora il fascicolo è nelle mani dei magistrati romani, che decideranno se fare ulteriori verifiche o chiedere un processo.
Intanto, il caso Orlandi resta una delle pagine più dolorose della cronaca italiana. E le parole – o il silenzio – dei testimoni pesano ancora come macigni su una verità che, da più di quarant’anni, sembra sfuggire a chiunque.
