San Paolo, 30 dicembre 2025 – Un fossile scoperto in Brasile e risalente a 233 milioni di anni fa ha fatto luce su come il cervello degli animali volanti si sia evoluto seguendo strade diverse. Lo studio, pubblicato su Current Biology e guidato dall’italiano Mario Bronzati dell’Università di Tubinga, apre una nuova finestra sulle origini del volo nei vertebrati, mettendo a fuoco le differenze tra uccelli e pterosauri.
Il fossile che cambia la prospettiva
Nelle rocce del Triassico, nel sud del Brasile, i paleontologi hanno trovato i resti di Ixalerpeton, un lontano parente degli pterosauri. Il ritrovamento, vicino a Santa Maria, ha permesso di studiare da vicino la forma del cervello di questa specie. “La vera svolta è stata proprio Ixalerpeton – ha raccontato Bronzati – perché ci ha fatto capire come si è sviluppato il cervello nei primi animali che poi hanno dato origine agli pterosauri”.
Il gruppo di ricerca ha usato tecniche di imaging ad alta definizione per creare modelli 3D del cranio e del cervello. Hanno analizzato oltre trenta specie, non solo pterosauri e uccelli, ma anche dinosauri, antenati degli uccelli di oggi, e coccodrilli. Un lavoro meticoloso, durato mesi tra laboratori in Germania, Stati Uniti e Brasile.
Due vie separate per imparare a volare
Lo studio mostra chiaramente che uccelli e pterosauri hanno preso due strade diverse per arrivare al volo. Gli uccelli hanno ereditato dai loro antenati un cervello già adatto a volare: una struttura capace di gestire movimenti veloci e una vista acuta. Gli pterosauri, invece, hanno sviluppato queste capacità da zero, mentre le ali comparivano.
“Abbiamo scoperto che Ixalerpeton aveva già una vista migliorata – ha detto Bronzati – ma non c’era nulla che facesse pensare che avrebbe potuto volare. Questo indica che il volo negli pterosauri è nato piano piano, in modo indipendente rispetto agli uccelli”.
Non conta la grandezza del cervello
Un altro aspetto importante riguarda la dimensione del cervello. “Anche se ci sono similitudini tra pterosauri e uccelli, i loro cervelli erano molto diversi”, spiega Matteo Fabbri, paleontologo italiano alla Johns Hopkins University. “Gli pterosauri avevano cervelli molto più piccoli rispetto agli uccelli – aggiunge Fabbri – dimostrando che per volare non serve un cervello grande”.
I dati mostrano che la massa cerebrale degli pterosauri era inferiore rispetto a quella degli uccelli moderni delle stesse dimensioni. Eppure, questi rettili riuscivano a fare manovre complesse in volo. Questo conferma che l’efficienza del sistema nervoso non dipende solo dal volume del cervello.
Cosa cambia per la scienza
Questa ricerca offre nuovi strumenti per capire come si sono evoluti i vertebrati volanti. “I risultati ci mostrano che l’adattamento evolutivo non segue sempre le stesse regole nei diversi gruppi – commenta Bronzati – La scoperta di Ixalerpeton suggerisce che si può arrivare al volo anche senza un cervello particolarmente grande”.
Il lavoro del team continua. Nei prossimi mesi saranno analizzati altri fossili dal Sud America e dall’Asia per ricostruire con più precisione la storia del volo nei vertebrati.
Un pezzo in più nel grande puzzle dell’evoluzione
Per gli scienziati, il fossile brasiliano è un pezzo importante del puzzle dell’evoluzione. “Ogni ritrovamento aggiunge dettagli a una storia lunga milioni di anni – dice Fabbri – ma restano molte domande: come sono nate le prime ali? Quali fattori ambientali hanno spinto verso il volo?”.
Nel frattempo, nei laboratori e nei musei, il cranio di Ixalerpeton continua a raccontare, silenzioso ma chiaro, le origini misteriose del volo.
