Crans-Montana, 2 gennaio 2026 – Una sola scala di legno per scappare, porte chiuse e un incendio che si è diffuso in un attimo: questo è il quadro che emerge dalle prime indagini sull’incendio al bar Le Constellation di Crans-Montana, nella notte tra il 30 e il 31 dicembre. A fare il punto è la procuratrice vallesana Beatrice Pilloud. Le testimonianze di chi è riuscito a salvarsi e di chi ha provato a intervenire raccontano una tragedia che ha sconvolto la comunità e i soccorritori.
Una sola via di fuga, porte chiuse: la tragedia si chiude dentro
Gli inquirenti hanno ricostruito la scena: la scala di legno portava al piano terra del locale, dove c’era una porta finestra che avrebbe potuto essere una via d’uscita. Ma quella porta era chiusa a chiave. Lo hanno raccontato diversi giovani sopravvissuti, spiegando che l’unica uscita possibile era la porta principale, raggiungibile solo con una piccola scalinata. L’edificio, interamente in legno, avrebbe dovuto essere trattato con materiali ignifughi. Ma, come ha detto la procuratrice Pilloud, “ci sono molte piste aperte, ma quella più probabile resta il ‘flashover’ generalizzato”. In pratica, un incendio che in poco spazio si allarga rapidamente a tutto l’edificio. Proprio quello che è successo a Crans-Montana, bloccando la fuga di decine di ragazzi.
Gianni, il giovane studente che si è gettato nel fuoco per aiutare
Tra le tante voci raccolte dopo il rogo, c’è quella di Gianni, 19 anni, studente di ingegneria meccanica a Ginevra. Era in vacanza a Crans-Montana, ma non dentro al bar: si trovava poco lontano, in strada. Appena ha visto le fiamme è corso verso il locale per dare una mano, forte dell’esperienza come volontario nella protezione civile svizzera. “I vigili del fuoco sono arrivati subito”, ha raccontato a 20 Minuten, “ma non riuscivano a entrare: il calore era insopportabile anche per loro”. Le ambulanze, invece, sarebbero arrivate qualche minuto dopo.
Barelle improvvisate e freddo polare
In quei momenti concitati, Gianni ha costruito delle barelle con pezzi di divani presi da un locale vicino. Ha cercato coperte per chi era riuscito a scappare dal bar, spesso seminudo, sotto una temperatura di 11 gradi sotto zero. “Ho fatto massaggi cardiaci a diversi ragazzi mentre aspettavamo le ambulanze”, ha detto. A dargli una mano sono stati solo pochi civili: “Eravamo forse in tre o quattro”.
Scene che non si dimenticano
Il racconto di Gianni si fa più crudo quando parla di quello che ha visto: “C’erano persone distese a terra, a torso nudo, sfigurate e bruciate. Non avevano più volti né capelli. Le persone erano nere”. Ha aiutato i soccorritori fino alle cinque del mattino, ma poi non è riuscito a prendere sonno per l’adrenalina. “Ho visto vigili del fuoco mettersi le mani nei capelli e piangere”, ha confidato. In alcuni casi ha tentato il massaggio cardiaco su corpi carbonizzati che sembravano ancora respirare: “Non riuscivo nemmeno a capire se davanti a me c’era un ragazzo o una ragazza: erano quasi tutti irriconoscibili”.
Le indagini vanno avanti: telefoni sequestrati, testimoni ascoltati
La procura vallesana ha già sentito molti testimoni e raccolto decine di telefonini trovati sul posto, che saranno analizzati nei prossimi giorni. “Abbiamo parlato con diverse persone”, ha spiegato la procuratrice Pilloud. Gli investigatori sono concentrati sulla dinamica dell’incendio e sulle condizioni di sicurezza del locale. Da quanto si sa finora, il bar avrebbe dovuto avere materiali ignifughi e uscite di emergenza adeguate.
Una comunità sotto choc
Dopo l’incendio, la piccola Crans-Montana è rimasta sotto choc. Le immagini della scala di legno e della calca per uscire hanno fatto il giro dei social e dei media locali. “Non dimenticherò mai quella notte, non ho mai visto nulla di peggio”, ha detto Gianni. Una frase che dice tutto: l’impotenza e lo sgomento di chi ha vissuto l’emergenza in prima persona.
Le indagini continuano, per capire cosa sia davvero successo e chi dovrà rispondere di questa tragedia che ha colpito al cuore Crans-Montana.
