Roma, 2 gennaio 2026 – Un libro-intervista ci apre le porte del mestiere del fotografo di scena grazie a Gianni Fiorito, nato nel 1959, da vent’anni al fianco di Paolo Sorrentino e autore di immagini che hanno segnato il cinema italiano. “Lo sguardo attivo di Gianni Fiorito”, uscito per Artdigiland (253 pagine, 24 euro), nasce da un dialogo serrato con tre critici – Amando Andria, Alessia Brandoni e Fabrizio Croce – e si presenta come un viaggio dentro la fotografia di scena, tra ricordi, tecnica e riflessioni sull’etica.
Il fotografo invisibile tra set e realtà
Fiorito, napoletano, ha attraversato decenni di cinema e fotografia. Ha lavorato con registi come Sorrentino, Malick, Corsicato, Turturro, De Bernardi, firmando immagini per 79 film e pubblicando 16 libri. Nel libro risponde a domande precise, che scavano nel ruolo del fotografo di scena: “Sul set il fotografo deve essere invisibile”, spiega Fiorito, “deve fare attenzione a non intralciare le telecamere o distrarre attori e tecnici”. Ma non può mai perdere di vista il regista. “Se il film è una casa, il regista è il padrone di casa; il fotografo è un ospite”, racconta. Solo in quel clima sospeso tra silenzio e movimento arriva lo scatto capace di catturare l’anima del film.
La foto che parla per il film
Non basta fermare una scena. Per Fiorito la fotografia di scena deve mettere insieme tre cose: raccontare il film, mostrare i tecnici al lavoro (per far vedere l’artigianalità del set), e segnare il territorio dove si gira. Un obiettivo che si percepisce pagina dopo pagina. “Al momento giusto – racconta – bisogna trovare il luogo e il tempo per un colpo d’occhio che diventi uno scatto emblematico”. Anche se quella scena poi sparirà in montaggio, poco importa: conta la sintesi visiva del racconto.
Da pellicola a digitale: un mestiere che si trasforma
Fiorito ha cominciato quando la fotografia era ancora analogica. “Per spedire una foto si usava la telefoto. Sette minuti per una foto in bianco e nero, ventiquattro per il colore”, ricorda. Un’epoca in cui i fotografi di cronaca non portavano solo macchine e rullini, ma anche piccoli oggetti come un peluche: “Non si sa mai che ci fosse un incidente con bambini – spiega – si metteva il bambolotto vicino ai rottami”. Non era una finzione, ma un modo per accentuare il senso della scena.
Oggi la tecnologia permette di creare immagini artificiali indistinguibili dal vero. Fiorito però insiste su un punto fondamentale: “L’etica del fotografo resta centrale”. Dietro ogni scatto deve esserci una testa, un’idea, un modo di raccontare. “Oggi è tutto un ta ta ta”, dice, facendo il rumore dello scatto digitale. Eppure lui preferisce le ore passate a osservare e a fare sopralluoghi, come per i lavori su manicomi, terremoti e camorra pubblicati su Repubblica, Espresso e testate estere.
L’etica prima di tutto
Nel libro torna spesso un concetto chiaro: l’etica è ciò che distingue una fotografia da una semplice immagine. Fiorito lo ripete più volte: “Dietro una foto ci deve essere un pensiero”. Non ama scorciatoie o superficialità, tipiche dei tempi moderni. “Le 5W del giornalismo – why, where, what, who, when – valgono anche per noi fotografi”, sottolinea.
Selfie e identità: uno sguardo sul presente
Il libro si chiude con uno sguardo al presente. I selfie? “Un modo per evitare di accettarsi, per sfuggire alla differenza”, osserva Fiorito. Confessa di sentirsi spaesato davanti all’evoluzione dell’immagine nell’era digitale. In fondo, suggerisce tra le righe, la fotografia resta soprattutto un modo per capire chi siamo e dove stiamo andando.
“Lo sguardo attivo di Gianni Fiorito” non è solo un saggio tecnico o una raccolta di storie dal set. È piuttosto una mappa dell’Italia, vista con gli occhi di chi ha saputo restare dietro le quinte – ma sempre al centro della scena.
