Teheran, 3 gennaio 2026 – Domani, domenica 4 gennaio, il regista Jafar Panahi, fresco vincitore della Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes con il film Un semplice incidente, tornerà in tribunale. L’appuntamento è alla Sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran. Qui si discuterà il ricorso presentato dalla difesa dopo la condanna a un anno di carcere per “attività di propaganda contro il regime”. Un nuovo capitolo nella lunga battaglia legale che vede protagonista uno dei più celebri registi iraniani.
Processo in vista: le accuse che scuotono il cinema iraniano
L’avvocato Mostafa Nili ha annunciato su X che l’udienza è stata fissata dopo il ricorso contro la sentenza emessa il 1° dicembre 2025. In quella prima decisione, la stessa sezione del tribunale aveva condannato Panahi in contumacia a un anno di prigione, con il divieto di uscire dal Paese per due anni e l’interdizione dall’appartenere a gruppi politici o sociali. Le accuse, riferite dalla fonte indipendente iraniana Mansour Jahani, ruotano attorno al film Un semplice incidente, considerato dalle autorità un attacco diretto al regime.
Il film, premiato a Cannes lo scorso maggio, ha suscitato forti reazioni dentro e fuori l’Iran. Nel Paese è stato visto come una denuncia delle condizioni sociali e politiche. All’estero, invece, ha raccolto applausi e riconoscimenti, diventando un simbolo della libertà di espressione sotto pressione.
Reazioni internazionali e clima sempre più teso in Iran
La notizia del processo ha subito acceso i riflettori della comunità internazionale sul caso Panahi. Registi, attivisti per i diritti umani e organizzazioni hanno espresso preoccupazione per il destino del regista. “Siamo vicini a Jafar Panahi e chiediamo che venga rispettata la libertà di espressione”, ha detto la Federazione Internazionale dei Registi Cinematografici in una nota.
In Iran, però, la situazione resta tesa. Le autorità giudiziarie ribadiscono la linea dura contro chi, a loro avviso, usa l’arte per fare opposizione politica. Fonti locali raccontano che nelle ultime settimane i controlli su registi, attori e produttori coinvolti in progetti “sensibili” sono aumentati. Un segnale chiaro che non lascia molto spazio all’ottimismo tra gli addetti ai lavori.
Il film al centro della polemica: “Un semplice incidente”
Al centro di tutto c’è Un semplice incidente, l’ultimo lavoro di Panahi. Racconta la storia di una famiglia che lotta ogni giorno in un quartiere popolare di Teheran. Con uno stile semplice e diretto, Panahi mette in luce le contraddizioni della società iraniana, senza esagerazioni o toni drammatici. Proprio questa sobrietà, secondo molti, ha infastidito più delle parole stesse dei protagonisti.
“Non volevo fare un film politico”, avrebbe detto Panahi ad alcuni amici dopo la prima a Cannes. Ma proprio questa narrazione realistica è stata interpretata come una sfida aperta al potere.
Domani l’udienza: cosa aspettarsi e possibili sviluppi
L’appuntamento di domani si annuncia delicato. L’avvocato Nili ha spiegato che la difesa porterà nuovi elementi per chiedere l’annullamento della condanna. “Confidiamo nella giustizia”, ha detto ai giornalisti fuori dal tribunale. Ma, secondo fonti vicine al caso, le possibilità di un risultato favorevole restano incerte.
Nel frattempo, il mondo del cinema internazionale segue da vicino. A Parigi, Berlino e Roma sono già in programma proiezioni speciali del film nei prossimi giorni, un gesto di solidarietà verso Panahi. La vicenda non riguarda solo l’Iran, ma mette in luce un tema universale: la libertà artistica.
Solo domani si saprà se Jafar Panahi potrà continuare a raccontare il suo Paese attraverso il cinema o se dovrà affrontare nuove restrizioni. Qualunque sarà l’esito, la sua storia resta un simbolo del difficile rapporto tra arte e potere nella Repubblica islamica.
