Crans Montana: il dramma di Maurizio e il mistero della giustizia che non punisce

Crans Montana: il dramma di Maurizio e il mistero della giustizia che non punisce

Crans Montana: il dramma di Maurizio e il mistero della giustizia che non punisce

Matteo Rigamonti

Gennaio 4, 2026

Torino, 4 gennaio 2026 – Il ricordo dell’incendio al cinema Statuto di Torino, avvenuto il 13 febbraio 1983, torna con forza dopo la tragedia di Crans Montana in Svizzera, dove nella notte di Capodanno un incendio ha causato molte vittime. Dietro a questi due drammi c’è la storia di Maurizio Verna, giovane psicologo torinese di 29 anni: scampato poche ore prima a un grave incidente in Valle d’Aosta, perse la vita quella stessa sera tra le fiamme dello Statuto, insieme all’amica Claire Bonnie Calbert.

Una domenica segnata dal destino: la mattina a Champoluc

La giornata di Maurizio era iniziata presto, con la partenza da Torino verso Champoluc, in Valle d’Aosta. Era domenica 13 febbraio 1983, Carnevale. Alle 8.30 era in fila per l’ovovia quando un guasto improvviso fermò tutto. Un cavo si spezzò e tre cabine caddero da venti metri: undici sciatori morirono sul colpo, solo un bambino si salvò. Maurizio, che aveva appena ceduto il posto a un altro sciatore, rimase illeso. “Non so come spiegare quello che ho provato”, raccontò poi a un’amica. “Mi sentivo miracolato”.

Il ritorno a Torino e la scelta del cinema

Sconvolto, Maurizio tornò a Torino nel primo pomeriggio e chiamò Claire, pittrice americana di 29 anni che viveva in città. Lei provò a calmarlo, proponendo una passeggiata per distrarsi. Ma la neve cadeva fitta e decisero di andare al cinema Statuto, vicino a piazza Statuto, dove alle 17.30 passava “La capra” con Gérard Depardieu. “Vediamo qualcosa di leggero”, suggerì Claire.

Il rogo allo Statuto: una tragedia annunciata

La sala dello Statuto poteva ospitare più di mille persone tra platea e galleria, ma quella sera c’erano poco più di cento spettatori. Il film era in programmazione da settimane e la nevicata aveva tenuto lontana molta gente. Alle 18.15 un boato improvviso interruppe la proiezione: un corto circuito incendiò una tenda all’ingresso della platea. Le fiamme si diffusero in fretta tra le poltrone di gomma, sprigionando un fumo velenoso che invase il cinema. In galleria nessuno si accorse subito di nulla; chi era in platea provò a scappare, ma le uscite di sicurezza erano quasi tutte bloccate. Solo una porta era aperta: le altre erano state chiuse dal gestore per evitare ingressi senza biglietto.

Sessantaquattro vittime e una città sotto choc

Quando i soccorritori entrarono, trovarono decine di corpi senza vita. Tra loro c’erano Maurizio e Claire. In tutto, le vittime furono 64, la più grave tragedia civile che Torino abbia vissuto dopo la guerra. I parenti si radunarono davanti all’obitorio per riconoscere i corpi, spesso affidandosi a piccoli oggetti personali: un anello, una catenina. “Non dimenticherò mai quella fila silenziosa”, ricorda oggi chi era cronista sul posto.

Le inquietanti somiglianze con Crans Montana

Il dramma dello Statuto richiama da vicino quanto successo a Crans Montana: uscite di sicurezza chiuse, materiali facilmente infiammabili, una scintilla che ha scatenato l’inferno. Anche in Svizzera molti giovani sono morti senza essere subito identificati. “Rivedo le stesse scene”, ha detto un testimone torinese che ha seguito entrambi i casi.

L’inchiesta Caselli e la prescrizione che cancellò tutto

L’incendio dello Statuto spinse l’Italia a introdurre nuove regole sulla sicurezza nei locali pubblici, ancora valide oggi. L’inchiesta fu affidata al giudice Giancarlo Caselli, già noto per le indagini sul terrorismo. Il gestore del cinema e diversi funzionari comunali furono condannati in primo grado e in appello, ma nessuno scontò la pena: la prescrizione arrivò prima della Cassazione e cancellò tutto. “È una ferita che non si è mai rimarginata”, ha ammesso Caselli nelle commemorazioni successive.

Memoria e giustizia: il monito delle vittime

A oltre quarant’anni da quel rogo, resta la speranza che tragedie simili non si ripetano – né nei fatti né nelle sentenze. “Per rispetto delle vittime”, dicono i familiari dei ragazzi morti allora e oggi a Crans Montana, “serve verità e giustizia”. Una richiesta che attraversa il tempo e le generazioni, ancora viva tra le strade di Torino, coperte dalla neve.