Bologna, 5 gennaio 2026 – La morte di Giovanni Tamburi, ragazzo di 16 anni di Bologna, ha scosso profondamente la città. È successo nella notte di Capodanno a Crans-Montana, dove il giovane ha perso la vita in circostanze tragiche. Ieri sera, davanti alla chiesa di Sant’Isaia, parenti, amici e insegnanti si sono raccolti in una veglia silenziosa, per dare un ultimo saluto e condividere il dolore. Lo zio di Giovanni, Maurizio de Vito Piscicelli, ha rivolto un appello forte e chiaro: “Basta candele nei locali, non si può perdere un ragazzo così”.
Il dolore della famiglia: un grido contro il pericolo
All’uscita dalla chiesa, tra luci soffuse e un silenzio carico di tristezza, Maurizio de Vito Piscicelli ha provato a mettere in parole il vuoto lasciato da Giovanni. “Era un ragazzo meraviglioso, sempre solare, gentile e disponibile”, ha detto con la voce rotta dall’emozione. “Quello che è successo è qualcosa che non dovrebbe mai accadere”. Poi, con la speranza che questa tragedia serva a cambiare qualcosa, ha lanciato un appello: “Bisogna togliere queste fontane pirotecniche dalle discoteche, sono pericolose e inutili”.
Si parla delle cosiddette fontane pirotecniche, quei piccoli fuochi d’artificio messi sulle bottiglie di champagne e portati tra i tavoli dai camerieri. Una pratica comune, sia in Italia che in Svizzera, come conferma lo stesso zio: “Ne vedo duecento a sera, bruciano e possono causare incendi”. Anche il locale di Crans-Montana, il Costellation, usava questa usanza.
Un ragazzo che lasciava il segno
Dentro la chiesa di Sant’Isaia, tra studenti e insegnanti del liceo Righi, le parole di chi conosceva Giovanni hanno reso vivo il suo ricordo. Don Vincenzo Passarelli, insegnante di religione al Righi, ha raccontato all’Ansa: “Giovanni era un ragazzo speciale. Sempre con un sorriso, ma intelligente e rispettoso”. Le sue lezioni spesso diventavano discussioni aperte su temi importanti. “Quando prendeva la parola – non succedeva spesso – lasciava il segno. Le sue parole erano sempre originali, mai banali”.
Don Passarelli ha voluto anche mandare un messaggio al padre di Giovanni, ancora in Svizzera: “Ha ringraziato per le preghiere”, ha confidato il sacerdote.
La comunità si stringe attorno al dolore
La veglia di ieri sera è nata da un’iniziativa spontanea di una professoressa del liceo Righi, un modo per offrire a chiunque volesse un momento di raccoglimento. In chiesa c’erano compagni di scuola, amici d’infanzia e insegnanti. “È un modo per sentirsi vicini in un momento così difficile”, ha spiegato ancora don Passarelli.
Il sacerdote ha anche parlato della fatica che tanti ragazzi stanno vivendo nel gestire la perdita: “Molti non riescono nemmeno a parlarne. Per loro pregheremo in modo speciale. Il dolore più grande è per chi resta”. Le sue parole risuonano nella chiesa vuota, mentre fuori la città va avanti.
Sicurezza nei locali: si riaccende il dibattito
La tragedia di Crans-Montana riporta al centro la questione della sicurezza nei locali notturni. Secondo le autorità svizzere, l’incendio è partito da una fontana pirotecnica accesa durante i festeggiamenti. Una dinamica che, come sottolinea lo zio di Giovanni, non è affatto rara anche nei locali italiani.
Le indagini sono ancora aperte e nelle prossime settimane si aspettano chiarimenti sulle responsabilità. Nel frattempo, l’appello della famiglia Tamburi trova eco tra chi ha partecipato alla veglia: “Non si può morire così”, sussurra una compagna di classe all’uscita dalla chiesa.
Un addio che lascia tante domande
Bologna si ferma per ricordare Giovanni Tamburi. Il suo sorriso resta nei racconti degli amici, nelle parole degli insegnanti. Ma resta anche una domanda che gira tra i presenti, a bassa voce: come può una festa diventare una tragedia? E cosa si può fare perché non succeda più?
