Milano, 6 gennaio 2026 – Una perizia informatica del 2009 riapre il caso di Alberto Stasi, scagionandolo su un punto cruciale nell’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nella villetta di Garlasco il 13 agosto 2007. Ieri sera, durante la trasmissione “Zona Bianca” su Rete4, i periti informatici Roberto Porta e Daniele Occhetti hanno confermato la validità di quell’analisi. Secondo loro, Chiara Poggi non aprì mai la cartella con le foto pornografiche trovate sul computer del fidanzato. Un dettaglio che smonta uno dei cardini della sentenza di Cassazione e riaccende dubbi sul movente attribuito a Stasi.
Quei minuti davanti al computer che cambiano tutto
La perizia ricostruisce così la serata del 12 agosto 2007: tra le 21.59 e le 22.14, Chiara Poggi rimane sola in casa, mentre Stasi esce per mettere al sicuro il cane. In quel breve lasso di tempo, la giovane inserisce una chiavetta USB nel pc del fidanzato e trasferisce 287 foto della loro vacanza a Londra, soffermandosi su alcune immagini, tra cui quelle di un cagnolino. Poi, tra le 22.09 e le 22.14, c’è un vuoto di attività: cinque minuti in cui, spiegano Porta e Occhetti, non è tecnicamente possibile che Chiara abbia aperto la cartella “militare” dove erano nascoste le immagini hard. “Non c’è nessuna traccia di accesso a quei file – dice Porta – e il percorso per arrivarci era complicatissimo”.
La lite che non c’è mai stata e il movente che vacilla
La Cassazione aveva puntato sulla presunta scoperta delle foto e sulla lite che ne sarebbe seguita come movente del delitto. Ma gli esperti informatici escludono che Chiara abbia mai visto quei contenuti. “Non esistono prove oggettive che quella sera ci sia stata una discussione tra i due”, conferma Occhetti. Eppure, proprio su questo episodio si era costruita buona parte della sentenza che ha condannato Stasi. Nel dispositivo si parla di “migliaia di immagini pornografiche” sul pc dell’imputato, lasciando intendere che la scoperta da parte di Chiara avrebbe potuto scatenare una reazione violenta.
Prove trascurate e indagini con lacune
Nel processo d’appello bis del 2014, i consulenti tecnici della procura di Milano, guidata dal pm Laura Barbaini, sono riusciti a decifrare quei cinque minuti di attività al pc, confermando che Chiara Poggi non ha mai visto le immagini. Ma il loro compito era limitato a verificare se Stasi avesse cancellato file nei giorni prima del delitto. Così, questa prova è stata lasciata in secondo piano durante le valutazioni finali. “Abbiamo trovato danni irreparabili sul disco fisso – ammette Porta – causati da errori nei primi rilievi dei carabinieri: il 73,8% dei dati era compromesso”. Un particolare che avrebbe potuto giocare a favore di Stasi, insieme al Dna sotto le unghie della vittima, oggi riconosciuto compatibile con il cromosoma Y di Andrea Sempio, all’epoca classificato come “non attribuibile” per non escludere Stasi.
Il caso resta aperto, nuove indagini in corso
A quasi vent’anni dall’omicidio, il caso Garlasco non ha ancora un movente certo. La Cassazione ha ammesso che mancano prove solide sulla dinamica della lite tra i due. Nel frattempo, la prova che Chiara non ha mai visto quelle foto – già nota nel 2014 – torna a far parlare di sé, mentre Stasi, oggi 42enne, aspetta gli sviluppi della nuova inchiesta che vede indagato Andrea Sempio per omicidio. “Non ho mai perso fiducia nella giustizia”, avrebbe detto Stasi ai suoi legali nei giorni scorsi. Eppure, dopo più di dieci anni in carcere e una verità che sembra ancora lontana, il caso continua a dividere l’opinione pubblica e gli investigatori.
Quel dettaglio tecnico, emerso dalla perizia informatica – la certezza che Chiara Poggi non abbia mai aperto la cartella incriminata – rischia di far saltare molte delle certezze accumulate nel tempo. Forse solo ora, finalmente, si comincia a fare luce su quei cinque minuti rimasti troppo a lungo nel buio.
