Milano, 7 gennaio 2026 – Continua anche questa mattina il crollo dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali. Il WTI con consegna a febbraio è sceso a 56,23 dollari al barile, in calo dell’1,58% rispetto alla chiusura di ieri. Anche il Brent ha perso terreno, segnando un ribasso dell’1,20% e fermandosi a 59,97 dollari al barile. Dietro questa discesa, secondo gli operatori di Piazza Affari e le principali agenzie di rating, ci sono i dubbi sulla domanda globale e le tensioni geopolitiche che restano un’incognita.
Petrolio in discesa: i dati della mattina
La seduta, partita alle 9 in punto, ha subito visto il peso della pressione ribassista sui contratti futures. Il WTI, punto di riferimento per il mercato americano, ha toccato quota 56,23 dollari già nei primi scambi. Il Brent, che fa da termometro per l’Europa, si è fermato poco sotto i 60 dollari. “Il mercato continua a scontare una domanda debole dalla Cina e segnali di rallentamento in Europa”, ha spiegato questa mattina un analista di Goldman Sachs contattato al telefono.
A pesare sono anche i dati dell’Energy Information Administration americana: le scorte di greggio negli Usa sono cresciute di circa 2 milioni di barili nell’ultima settimana. Un numero che, insieme alle stime sulla produzione dell’OPEC, mantiene alta la pressione sui prezzi.
Domanda debole e tensioni che non scaldano il mercato
Il calo dei prezzi non sorprende chi opera nel settore. “La domanda mondiale resta debole – confida un trader della City di Londra – e le tensioni in Medio Oriente non hanno spinto i prezzi come molti aspettavano”. Nonostante gli ultimi episodi nello stretto di Hormuz e le parole dei vertici iraniani, il mercato sembra più influenzato dai dati economici che dalle minacce di blocchi alle forniture.
A pesare sono anche le previsioni per il 2026: l’International Energy Agency ha rivisto al ribasso la crescita della domanda mondiale di petrolio, citando la spinta verso l’energia pulita e l’efficienza nei trasporti. “Le auto elettriche stanno iniziando a fare davvero la differenza”, ha ammesso un funzionario del Ministero dello Sviluppo Economico.
Impatto sui mercati e sulle tasche degli italiani
A Piazza Affari, il settore energia ha aperto in calo: titoli come Eni e Saipem hanno perso tra lo 0,8% e l’1,2% nelle prime ore. “Gli investitori stanno rivedendo le loro aspettative sui dividendi”, spiega un gestore milanese. Anche le principali borse europee – da Francoforte a Parigi – hanno risentito del clima di prudenza.
Per gli italiani, il calo del petrolio potrebbe tradursi in un piccolo respiro alla pompa nelle prossime settimane. L’Unione Petrolifera stima che, se la tendenza continua, la benzina potrebbe calare di 2-3 centesimi al litro entro fine gennaio. Ma gli esperti avvertono: il prezzo alla pompa non segue subito le quotazioni internazionali.
Che succederà nelle prossime settimane?
Gli esperti restano cauti sul breve periodo. “Il mercato è molto nervoso – spiega un economista della Bocconi – basta una notizia o una dichiarazione a sorpresa per far cambiare direzione ai prezzi”. Per ora, però, sembra che l’offerta sia più abbondante della domanda.
Le prossime riunioni dell’OPEC+, a Vienna nella seconda metà di gennaio, saranno decisive. I grandi produttori potrebbero decidere nuovi tagli alla produzione. Nel frattempo, tutti guardano a Stati Uniti e Cina: “Se Pechino annunciasse nuovi stimoli economici – osserva un broker romano – potremmo vedere un rialzo già a febbraio”.
Per ora, però, il petrolio resta sotto pressione. E nei corridoi delle sale trading di Milano e Londra si respira una prudenza diffusa. “Nessuno vuole correre rischi”, confida un operatore poco prima delle 11. Solo più tardi si capirà se il trend al ribasso continuerà o se arriverà una svolta a sorpresa.
