La drammatica storia di Daniela Montesi: anni di chemioterapia per un tumore inesistente

La drammatica storia di Daniela Montesi: anni di chemioterapia per un tumore inesistente

La drammatica storia di Daniela Montesi: anni di chemioterapia per un tumore inesistente

Matteo Rigamonti

Gennaio 9, 2026

Firenze, 9 gennaio 2026 – Daniela Montesi, 65 anni, di Pontedera, ha pagato un prezzo altissimo per una diagnosi sbagliata. Tra il 2006 e il 2011 ha affrontato chemioterapia e cure invasive per un tumore che, come ha dimostrato una successiva biopsia ossea a Genova, non c’era. Ora la Corte d’Appello di Firenze ha deciso: l’azienda ospedaliera universitaria pisana dovrà risarcirla con circa 500 mila euro per i danni subiti.

Cinque anni di terapie per una diagnosi sbagliata

Tutto comincia nel settembre 2006, quando Daniela si sottopone a un prelievo del midollo a Volterra. L’esame viene mandato a Pisa. Da lì arriva la diagnosi: linfoma tipo Malt a prevalente localizzazione intestinale, una forma di tumore ritenuta aggressiva. «Al Santa Chiara hanno trattato quella diagnosi incerta come se fosse sicura», racconta oggi Montesi. Da quel momento la sua vita cambia radicalmente. Parte un lungo ciclo di cure pesanti: chemioterapia, cortisone, farmaci monoclonali. Cure che, secondo lei, avrebbero dovuto durare poco. Invece sono andate avanti per oltre quattro anni.

Gli effetti devastanti sulla salute e sulla vita

Le terapie hanno lasciato il segno. «Il mio sistema immunitario è praticamente distrutto», confida Daniela. E gli effetti sono tanti: squilibri ormonali, osteoporosi, fratture continue, ansia e depressione. «Sono stata ricoverata fino a ieri per tutte le conseguenze di quella diagnosi sbagliata», racconta con voce carica di stanchezza e amarezza. «I soldi? Non mi cambiano la vita se non sto bene».

Anche il lavoro ne ha risentito. Daniela era assicuratrice a Pontedera, ma ha dovuto lasciare dopo che le hanno tolto la patente per motivi di salute. Ha provato a riaverla, senza fortuna. «Poi è iniziata la battaglia legale contro l’ospedale di Pisa», aggiunge.

La sentenza che dà ragione a Daniela

Dopo anni di battaglie, la Corte d’Appello di Firenze ha appena chiuso il caso. L’azienda ospedaliera pisana dovrà pagare a Montesi circa 500 mila euro di risarcimento, oltre alle spese legali e al compenso del consulente medico-legale, il professor Gabrielli di Siena. «Ho fatto ricorso contro la prima sentenza – spiega l’avvocata Sonia Ticciati – perché non ero soddisfatta della cifra. La Corte ha riconosciuto altri 142 mila euro oltre alla prima somma».

Un punto chiave della sentenza è stata la relazione del professor Gabrielli, che ha confermato l’assenza della malattia già dal 2011, grazie a una biopsia ossea fatta a Genova.

Il racconto di Daniela: “Mi sento una donna finita”

Daniela è ancora in ospedale, a combattere con le conseguenze di quelle cure. «Avrei voluto esserci anch’io davanti ai giudici per far vedere come sto», confida a La Stampa. «Mi sento una donna finita, non c’è serenità neanche dopo la sentenza». Il suo dolore va oltre i soldi: «Gli effetti si sono fatti sentire subito, e anche sul lavoro».

Nonostante la vittoria in tribunale, la fatica quotidiana è tanta. «Sono stanca e ancora debilitata da malattie rare che mi perseguitano». La sua storia è un monito chiaro sulle conseguenze di errori diagnostici e sulle responsabilità degli ospedali.

Un caso che fa riflettere sul sistema sanitario

La vicenda di Daniela riapre il dibattito su come vengono gestite le diagnosi complicate e sull’importanza di non correre troppo con le cure. Secondo l’Ordine dei Medici di Pisa, negli ultimi dieci anni i casi di presunti errori diagnostici sono aumentati del 15%. Un dato che invita tutti a riflettere, puntando su formazione e controlli più rigorosi.

Per Daniela, però, ciò che conta davvero è la salute. «I soldi non mi interessano, vorrei solo stare meglio». Una frase semplice, che riassume la sofferenza di chi ha vissuto un incubo che va oltre le sentenze e i numeri.