Teheran, 9 gennaio 2026 – Jafar Panahi, regista iraniano da anni nel mirino delle autorità di Teheran, ha annunciato che tornerà in Iran dopo la stagione degli Oscar, nonostante la recente condanna a un anno di carcere per “attività di propaganda” contro il regime. La decisione, comunicata in un’intervista all’Hollywood Reporter, arriva mentre il suo film Un Semplice Incidente – già Palma d’Oro a Cannes – si prepara a essere tra i candidati più forti nella corsa agli Oscar del prossimo 15 marzo.
Panahi torna a casa, ma solo dopo gli Oscar
Panahi, 63 anni, ha detto che rientrerà in patria solo dopo la cerimonia degli Oscar, dove il suo ultimo film è nella rosa dei 15 finalisti per il miglior film internazionale. “Molti altri registi affrontano problemi simili ai miei”, ha raccontato il cineasta, che domenica prossima sarà tra i protagonisti dei Golden Globe con quattro nomination, tra cui miglior film e miglior regista. La data da segnare è il 22 gennaio, quando saranno annunciate le candidature ufficiali agli Oscar. Solo allora, ha lasciato intendere Panahi, prenderà un volo per Teheran.
Condanna e pressioni sul cinema iraniano
La situazione giudiziaria di Panahi resta complicata. A dicembre, il Tribunale Rivoluzionario di Teheran lo ha condannato in contumacia a un anno di carcere, con il divieto di fare politica e di lasciare l’Iran per due anni. Il regista è attualmente all’estero per promuovere il film e ha fatto appello contro la sentenza. “La corte si è riunita, ma devo ancora parlare con il mio avvocato”, ha spiegato nei giorni scorsi. Non si sa ancora come è andata l’udienza di domenica.
Un clima sempre più duro per il cinema iraniano
Il ritorno di Panahi arriva in un momento molto delicato: le proteste antigovernative in Iran vengono soffocate con sempre più violenza dalla polizia. Il regista ha raccontato le difficoltà che stanno vivendo altri colleghi. “Ali Ahmadzadeh stava girando quando c’è stata un’irruzione sul set e le sue attrezzature sono state sequestrate. Ora deve pagare ogni giorno il noleggio delle macchine senza poterle usare”, ha detto Panahi. E ancora: “Behtash Sanaeeha e sua moglie Maryam Moghaddam hanno realizzato My Favorite Cake, visto in tutto il mondo, ma non gli è permesso uscire dall’Iran né girare nuovi film”.
Donne del cinema sotto pressione: il peso del movimento ‘Donna, Vita, Libertà’
Secondo Panahi, la pressione è ancora più forte sulle donne del cinema iraniano. “Le star che si sono schierate con la società – soprattutto dopo il movimento Donna, Vita, Libertà scoppiato nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini – sono controllate ogni giorno”, ha osservato il regista. Eppure, nonostante tutto, molte continuano a lavorare in Iran. “Quando penso a loro mi chiedo cosa mi differenzi da loro. Taraneh Alidoosti potrebbe lavorare ovunque fuori dall’Iran, ma abbiamo tutti deciso di restare”.
Una carriera segnata da divieti e riconoscimenti internazionali
Non è la prima volta che Panahi si scontra con la giustizia iraniana. Nel 2010 era stato condannato a sei anni di carcere e a un divieto ventennale di fare film, rilasciare interviste o lasciare il Paese. Eppure, anche nei momenti più duri, ha continuato a lavorare spesso in modo nascosto: da This Is Not a Film, girato nel suo appartamento, a Taxi Teheran e Gli Orsi non Esistono, ogni suo film è stato un gesto sia artistico che politico.
Il divieto di viaggiare gli è stato tolto nel 2023, permettendogli finalmente di portare Un Semplice Incidente al Festival di Cannes. “Era la prima volta in molti anni che viaggiavo con un mio film”, ha raccontato Panahi all’Hollywood Reporter. Un’esperienza che lo ha segnato profondamente.
Libertà creativa a caro prezzo
“Condividiamo lo stesso dolore e abbiamo accettato il prezzo da pagare”, ha detto Panahi pensando ai colleghi in Iran. Il suo ritorno – previsto dopo gli Oscar – sarà un nuovo capitolo nella lunga storia di resistenza del cinema iraniano. Una scelta che mette al centro, ancora una volta, la libertà di raccontare la realtà in un Paese dove farlo può costare molto caro.
