Radiotelescopi italiani: la nuova frontiera per prevedere i brillamenti solari

Radiotelescopi italiani: la nuova frontiera per prevedere i brillamenti solari

Radiotelescopi italiani: la nuova frontiera per prevedere i brillamenti solari

Matteo Rigamonti

Gennaio 9, 2026

Roma, 9 gennaio 2026 – Prevedere con largo anticipo i brillamenti solari grazie all’osservazione del Sole alle alte frequenze radio: è la svolta messa a punto da uno studio dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), pubblicato su Scientific Reports. Il lavoro, guidato dall’astrofisica Sara Mulas dell’Inaf di Cagliari, apre nuove strade per la climatologia spaziale e per proteggere le tecnologie sulla Terra, spesso messe a dura prova dalle tempeste solari.

Brillamenti solari: come anticiparli davvero

Per anni, prevedere i brillamenti solari è stato un gioco difficile, basato su modelli complessi, intelligenza artificiale e dati raccolti dallo spazio. Ora però, un ciclo di osservazioni fatto in Italia tra il 2018 e il 2023 ha mostrato che alcune anomalie spettrali nelle onde radio possono anticipare questi eventi con un buon margine di tempo. I ricercatori hanno esaminato 450 mappe solari nella banda K, cioè tra i 18 e i 26 GHz, grazie ai radiotelescopi dell’Inaf.

“Abbiamo visto che il cosiddetto ‘flattening spettrale’, cioè l’appiattimento dello spettro radio nelle zone attive del Sole, si presenta fino a 30 ore prima del brillamento nell’89% dei casi”, spiega Sara Mulas. Solo nell’11% degli eventi più forti queste variazioni non si notano. Un risultato che, secondo gli autori, rappresenta un passo avanti rispetto ai metodi attuali.

Radiotelescopi italiani protagonisti

Il progetto, chiamato SunDish, è stato lanciato e coordinato da Alberto Pellizzoni dell’Inaf. Due strumenti sono stati fondamentali: il Grueff Radio Telescope a Medicina (Bologna) e il Sardinia Radio Telescope a San Basilio (Cagliari). Entrambi sono stati adattati per osservare il Sole a frequenze alte, una sfida tutt’altro che semplice. “Fino a poco tempo fa – racconta Simona Righini, tecnologa Inaf e coautrice dello studio – puntare un’antenna verso il Sole era quasi un tabù: si temeva che la radiazione potesse danneggiare i ricevitori. Invece, grazie a test e attenuatori specifici, abbiamo dimostrato che si può fare senza problemi”.

Le osservazioni sono state fatte con cadenza settimanale, garantendo un monitoraggio costante dell’attività solare. “Stiamo lavorando anche sull’antenna Inaf di Noto, in Sicilia”, aggiunge Righini. L’obiettivo è arrivare a osservare fino a 100 GHz, per avere dati ancora più precisi sulla cromosfera solare.

Brillamenti solari: un rischio per la Terra

I brillamenti solari sono esplosioni d’energia potentissime: in pochi secondi rilasciano quantità paragonabili a milioni o miliardi di bombe nucleari. Quando questa energia arriva verso la Terra – spiegano gli esperti – ci mette circa otto minuti, viaggiando come onde elettromagnetiche di vario tipo, dalle radio ai raggi X. Le conseguenze? Disturbi alle comunicazioni radio, ai satelliti GPS, alle reti elettriche.

“Questo approccio semplice e basato su dati fisici – sottolinea Pellizzoni – è un’aggiunta preziosa ai modelli statistici e di machine learning”. Per Mulas, “i brillamenti possono scatenare o anticipare, in una percentuale tra il 50 e il 60% dei casi (che cresce con l’intensità), fenomeni come le espulsioni di massa coronale (CME)”. Queste sono esplosioni di plasma che viaggiano nello spazio e possono raggiungere la Terra dopo ore o giorni, scatenando tempeste geomagnetiche ancora più pericolose per le infrastrutture.

Climatologia spaziale: verso una protezione migliore

Le aurora polari, visibili nei cieli del Nord, sono solo l’effetto più spettacolare di questi processi. Dietro a queste luci, però, si nasconde una minaccia concreta per i nostri sistemi tecnologici. “Il nostro metodo – conclude Mulas – può aiutare a ridurre i rischi per le reti elettriche e le comunicazioni, dando un preavviso prezioso”.

Il prossimo passo sarà allargare le osservazioni a frequenze ancora più alte e coinvolgere altri radiotelescopi in Europa. Solo così si potrà migliorare ancora i modelli e proteggere meglio il nostro pianeta dalle tempeste solari. Nel frattempo, la ricerca italiana resta in prima fila nello studio del Sole e dei suoi misteri.