Iran: il procuratore avverte, ‘tutti i manifestanti potrebbero affrontare la pena di morte’

Iran: il procuratore avverte, 'tutti i manifestanti potrebbero affrontare la pena di morte'

Iran: il procuratore avverte, 'tutti i manifestanti potrebbero affrontare la pena di morte'

Matteo Rigamonti

Gennaio 10, 2026

Teheran, 10 gennaio 2026 – In Iran, chi partecipa alle proteste che da settimane scuotono il Paese rischia ora l’accusa di essere “nemico di Dio”, un reato che, secondo la legge islamica, può portare alla pena di morte. La notizia è arrivata ieri dal procuratore generale Mohammad Movahedi Azad, durante una dichiarazione rilanciata dai principali media statali e ripresa anche da Sky News.

Governo in allarme: stretta sulle manifestazioni

La decisione è stata annunciata in una giornata segnata da nuovi scontri nelle piazze di Teheran e in altre città. L’obiettivo è colpire non solo chi manifesta in prima linea ma anche chi offre loro supporto logistico o morale. “L’accusa di mohareb – ha detto Movahedi Azad – riguarda sia i rivoltosi e terroristi che hanno danneggiato beni pubblici e messo a rischio la sicurezza, sia chi li ha aiutati in qualsiasi modo”. Parole dure, arrivate nel tardo pomeriggio di ieri, che hanno scatenato reazioni contrastanti tra la gente e la comunità internazionale.

Tensione alta: settimane di proteste e repressione

Le proteste sono esplose dopo l’ennesimo episodio di violenza della polizia morale e si sono subito diffuse in molte province. Secondo le prime stime, migliaia di persone sono scese in strada nelle ultime settimane, soprattutto nelle zone centrali e occidentali del Paese. Le autorità hanno risposto con arresti di massa e un uso sempre più pesante della forza. Solo a Teheran, tra lunedì e martedì notte, sono stati fermati almeno 200 manifestanti, secondo fonti locali.

“Nemico di Dio”: una delle accuse più gravi

In Iran, l’accusa di “mohareb” – che significa letteralmente “colui che fa guerra a Dio” – è tra le più severe del codice penale. Viene spesso usata contro oppositori politici o attivisti accusati di attentare all’ordine pubblico. La pena prevista è la morte per impiccagione. “Chi viene giudicato colpevole rischia l’esecuzione”, ha ribadito Movahedi Azad davanti alle telecamere della tv pubblica IRIB. Negli ultimi anni, numerose sentenze di questo tipo hanno colpito manifestanti e dissidenti.

Reazioni a catena: famiglie in ansia e condanne internazionali

La nuova stretta ha scatenato paura tra le famiglie dei detenuti. Molti si sono radunati fuori dal carcere di Evin, nel nord di Teheran, per chiedere notizie dei loro cari. “Non abbiamo notizie da giorni”, ha raccontato una donna ai giornalisti presenti. A livello internazionale, le principali organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto a Teheran di rispettare le norme minime del diritto penale. Amnesty International ha definito la minaccia della pena capitale “un modo per spaventare chiunque osi protestare”.

Il governo: “Serve per difendere la sicurezza nazionale”

Le autorità difendono la linea dura come necessaria per mantenere l’ordine. “Non lasceremo che la sicurezza del Paese venga compromessa”, ha detto il portavoce del governo Ali Bahadori Jahromi in una conferenza stampa al mattino. Fonti vicine all’esecutivo parlano di indagini in corso su centinaia di persone sospettate di aver preso parte alle proteste o di averle organizzate attraverso i social.

Cosa succederà ora: paura e incertezza

Al momento non è chiaro quanti manifestanti rischino concretamente la pena di morte, né se i processi saranno collettivi o individuali. Gli osservatori temono un aumento della repressione nelle prossime settimane, mentre le proteste sembrano destinate a continuare. “La situazione resta molto tesa”, ha ammesso un diplomatico europeo a Teheran. Nei prossimi giorni si capirà se la minaccia della pena capitale fermerà la protesta o, al contrario, alimenterà ancora più rabbia nelle strade iraniane.