Teheran, 11 gennaio 2026 – Almeno 192 persone sono morte nelle ultime due settimane durante le proteste contro il governo in Iran, secondo l’organizzazione per i diritti umani Iran Human Rights. L’ong, con sede a Oslo, ha diffuso i dati ieri sera, avvertendo però che il bilancio potrebbe essere più grave. Il blackout di Internet, attivo da giorni in molte province, rende infatti difficile avere conferme indipendenti su quello che sta succedendo.
Proteste in tutta l’Iran, ma il silenzio delle comunicazioni pesa
Le manifestazioni sono iniziate a Teheran e si sono rapidamente diffuse in città come Mashhad, Isfahan, Shiraz. Migliaia di persone sono scese in strada, soprattutto la sera, per chiedere cambiamenti e denunciare la repressione. Attivisti locali raccontano che le forze di sicurezza hanno reagito subito. “Abbiamo visto agenti sparare sulla folla senza alcun preavviso”, ha detto un manifestante di Tabriz contattato da alanews.it. Le autorità iraniane non hanno diffuso numeri ufficiali sulle vittime. Ma l’ong norvegese avverte che i numeri reali potrebbero essere più alti: “Molti casi non sono stati ancora registrati per via delle restrizioni sulle comunicazioni”, spiega Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights.
Cosa ha scatenato le proteste e come reagisce il governo
Le proteste sono nate dopo l’annuncio di nuove misure economiche e restrizioni sociali da parte del governo guidato da Ebrahim Raisi. In particolare, l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e il giro di vite su alcune libertà civili hanno acceso la rabbia della popolazione. “La gente non ce la fa più”, racconta un commerciante nel bazar di Qom. “Ogni giorno è più difficile mettere insieme il pranzo con la cena”. Il governo ha risposto con mano dura: arresti di massa, più militari per le strade e quasi totale blocco dei social network. Fonti locali dicono che nelle ultime 48 ore sono stati fermati almeno 500 attivisti.
Il blackout di Internet complica tutto, l’allarme delle organizzazioni internazionali
Il blocco di Internet, iniziato il 29 dicembre, continua a bloccare il lavoro di giornalisti e ong. “Non riusciamo a parlare con i nostri contatti sul territorio”, ammette un operatore della Red Crescent Society iraniana. Anche le grandi agenzie internazionali fanno fatica a raccogliere informazioni dirette. L’ONU ha espresso “profonda preoccupazione” e ha chiesto a Teheran di rispettare il diritto di protesta pacifica e di garantire l’accesso alle comunicazioni. “Più passa il tempo senza trasparenza, più cresce il rischio di abusi”, avverte una portavoce dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani.
La reazione del mondo e cosa potrebbe succedere
La comunità internazionale segue con attenzione gli sviluppi. L’Unione Europea ha convocato una riunione urgente dei ministri degli Esteri per discutere possibili sanzioni contro chi ha ordinato la repressione. Gli Stati Uniti chiedono il rilascio immediato dei manifestanti arrestati e la fine delle violenze. Nel frattempo, in città come Berlino, Parigi e Roma, piccoli gruppi di iraniani si sono radunati davanti alle ambasciate per chiedere più solidarietà e visibilità.
Un bilancio ancora incerto, la speranza di vedere la verità
Secondo Iran Human Rights, il numero delle vittime potrebbe salire nei prossimi giorni. “Riceviamo continue segnalazioni di scontri e arresti”, spiega Amiry-Moghaddam, “ma senza Internet è quasi impossibile verificare tutto”. In molte zone rurali, le famiglie delle vittime non riescono nemmeno a comunicare la morte dei loro cari. Solo quando la rete tornerà a funzionare e le testimonianze circoleranno liberamente, si potrà capire davvero la portata della repressione. Per ora, resta la voce flebile di chi riesce ancora a parlare. “Non ci fermeremo”, confida una giovane studentessa di Teheran, “questa volta vogliamo essere ascoltati”.
