Tokyo, 21 gennaio 2026 – È arrivata oggi la sentenza che molti aspettavano da mesi: Tetsuya Yamagami, 45 anni, è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe, ucciso nel luglio 2022 a Nara, nel Giappone occidentale. La decisione del tribunale distrettuale chiude uno dei processi più seguiti degli ultimi anni in Giappone, segnando una tappa fondamentale in una vicenda che ha scosso il Paese e il mondo intero.
Ergastolo per Yamagami: le ragioni della sentenza
Il collegio giudicante ha accolto la richiesta della pubblica accusa, che aveva chiesto il carcere a vita per Yamagami. L’uomo, come emerso dalle indagini e confermato in aula, ha ammesso di aver ucciso Abe usando un’arma da fuoco costruita da lui stesso. Il fatto è accaduto in pieno giorno, durante un comizio elettorale in via Yamato-Saidaiji, davanti a decine di testimoni. “Non ce la facevo più a sopportare”, avrebbe detto Yamagami in uno degli interrogatori, spiegando le sue ragioni personali.
I giudici hanno parlato di un gesto dalla “gravità senza precedenti”, che ha colpito non solo la vittima, ma l’intero sistema democratico giapponese. Non hanno trovato motivi per ridurre la responsabilità dell’imputato, nonostante la difesa avesse cercato di mettere in dubbio la sua capacità di intendere e volere al momento del delitto.
L’attentato che ha scosso il Giappone
Era l’8 luglio 2022 quando Shinzo Abe, 67 anni, ex leader del Partito Liberal Democratico e figura di primo piano della politica giapponese, è stato ucciso durante un discorso pubblico. L’attentato è avvenuto poco dopo le 11:30 del mattino, lasciando senza parole i presenti e scioccando l’opinione pubblica mondiale. Abe è stato portato d’urgenza all’ospedale universitario di Nara, dove i medici hanno lottato invano per salvarlo.
Le prime indagini hanno stabilito che Yamagami ha agito da solo. Nei giorni precedenti aveva seguito Abe e ha scelto il momento del comizio per colpire. L’arma, una sorta di doppia canna realizzata con materiali trovati online, è stata sequestrata subito dopo l’arresto.
Le reazioni in aula e nel Paese
Quando è stata letta la sentenza, nella sala del tribunale è calato un silenzio carico di tensione. I familiari di Abe non erano presenti, ma hanno diffuso un comunicato in cui parlano di “sollievo per la fine del processo” e di “fiducia nella giustizia giapponese”. Fuori dal tribunale, fin dal mattino, alcune decine di cittadini si sono radunati. “Era giusto che pagasse”, ha detto una donna sulla cinquantina, visibilmente commossa.
Il caso ha riacceso il dibattito sulla sicurezza dei politici in Giappone e sulla diffusione delle armi artigianali. Nei mesi dopo l’attentato, il governo ha annunciato una revisione delle misure di protezione per le figure pubbliche e un inasprimento dei controlli sui materiali per costruire armi improvvisate.
Chi è Yamagami: il movente e le indagini
Yamagami, ex dipendente di una ditta di spedizioni, originario della prefettura di Nara, ha detto agli investigatori di aver agito per rancore personale nei confronti di Abe. Secondo le indagini, l’uomo riteneva l’ex premier responsabile dei problemi economici della sua famiglia, legati a una controversa organizzazione religiosa – la Chiesa dell’Unificazione.
Le forze dell’ordine hanno ricostruito con precisione i suoi spostamenti nelle settimane prima dell’attentato. Telecamere di sorveglianza lo hanno ripreso più volte vicino ai luoghi dove Abe si muoveva durante la campagna elettorale. Il processo si è svolto a porte chiuse per ragioni di sicurezza.
Un Paese che non dimentica
Quasi quattro anni dopo quell’omicidio, il Giappone è ancora segnato da quanto successo a Nara. La figura di Shinzo Abe – due volte primo ministro e protagonista di importanti riforme economiche e diplomatiche – è ancora ricordata con grande rispetto, sia dalla politica sia dai cittadini comuni. “Quel giorno non lo dimenticheremo mai”, ha detto un anziano del posto.
Con la condanna all’ergastolo per Yamagami si chiude ufficialmente il capitolo giudiziario. Ma resta aperta una riflessione più ampia sulla fragilità delle democrazie e sui pericoli legati all’estremismo individuale.
