Roma, 21 gennaio 2026 – Le difficoltà degli anziani ad adattarsi ai cambiamenti e agli stimoli esterni passano per le connessioni nel cervello. A dirlo è uno studio dell’Università dell’Arkansas, pubblicato su eNeuro, che ha analizzato come il cervello invecchia e perché perde elasticità con il tempo. A guidare la ricerca è stata la neuroscienziata Tatiana Wolfe, che si è concentrata sulle aree cerebrali che permettono di “saltare” da un’attività all’altra e aggiornare rapidamente le informazioni sull’ambiente intorno a noi.
Come cambia il cervello con l’età
I ricercatori spiegano che le connessioni tra alcune zone chiave del cervello, quelle che aiutano ad adattarsi, si indeboliscono con l’età. “Abbiamo visto che alcune strutture, fondamentali per far comunicare le diverse parti del cervello, diventano meno efficienti”, spiega Wolfe. Questo si traduce in un comportamento più rigido: “Gli anziani fanno più fatica a reagire alle novità o a cambiare abitudini proprio per questo indebolimento”, aggiunge la neuroscienziata.
Per arrivare a queste conclusioni, il team dell’Università dell’Arkansas ha incrociato dati di due grandi archivi scientifici: lo Human Connectome Project, con immagini dettagliate delle connessioni cerebrali, e la UK Biobank, un enorme database britannico con informazioni mediche e biologiche di mezzo milione di persone. Grazie a questo confronto, hanno individuato quali zone del cervello sono più fragili con il passare degli anni.
Le zone più colpite e cosa significa per la salute
Nel dettaglio, lo studio mette in luce la corteccia prefrontale e i circuiti legati alla memoria di lavoro come le aree più sensibili all’invecchiamento. “Sono queste le zone che ci aiutano a cambiare strategia quando serve”, spiega Wolfe. Quando le connessioni si indeboliscono, la capacità di adattarsi cala.
I risultati, pubblicati su eNeuro, aprono anche la strada a nuovi metodi per una diagnosi precoce: “Se riusciamo a scovare i primi segnali di deterioramento, potremmo intervenire prima che i sintomi si vedano”, dice la neuroscienziata. Le terapie future potrebbero puntare a rafforzare queste connessioni o a rallentare il loro declino.
I dati e le prospettive per il futuro
Il gruppo ha lavorato su un campione ampio e vario, approfittando dei grandi database internazionali. La UK Biobank ha mostrato che il deterioramento delle connessioni cerebrali è un fenomeno diffuso tra gli anziani. “Non sono casi isolati”, precisa Wolfe, “ma un processo che riguarda milioni di persone”.
Secondo le prime stime, il declino delle connessioni cerebrali può iniziare già tra i 50 e i 60 anni, anche se i sintomi si fanno vedere più tardi. Gli autori sottolineano quanto sia importante continuare a studiare se fattori come dieta, attività fisica o esercizi mentali possano rallentare questo processo.
Un passo avanti per capire l’invecchiamento del cervello
La ricerca dell’Università dell’Arkansas offre nuove piste per prevenire i disturbi cognitivi legati all’età. “Capire cosa fa perdere elasticità al cervello è fondamentale per trovare soluzioni efficaci”, conclude Wolfe. Nel frattempo, il consiglio è semplice: mantenersi attivi e stimolati, in attesa che la scienza metta a punto terapie per proteggere le preziose connessioni cerebrali che ci aiutano a restare al passo con un mondo sempre in movimento.
