Pensioni al femminile: nel 2025 il divario di genere rimane al 26%

Pensioni al femminile: nel 2025 il divario di genere rimane al 26%

Pensioni al femminile: nel 2025 il divario di genere rimane al 26%

Matteo Rigamonti

Gennaio 22, 2026

Roma, 22 gennaio 2026 – Nel 2025, i dati dell’INPS mostrano che l’importo medio delle nuove pensioni alle donne in Italia si è fermato a 1.056 euro al mese. Una cifra che resta ben al di sotto di quella degli uomini, che hanno incassato in media 1.437 euro. Il divario è netto: quasi un quarto in meno, precisamente il 26,51%. E la differenza non cambia molto nemmeno se si considerano solo le gestioni previdenziali — escludendo cioè gli assegni sociali — dove le donne prendono 1.139 euro contro i 1.545 euro degli uomini, con un gap del 26,28%.

Perché le pensioni delle donne restano più basse?

Gli esperti dell’INPS spiegano che il divario tra pensioni maschili e femminili non è una novità. A pesare sono diversi fattori legati al lavoro. Le carriere delle donne sono spesso più brevi e spezzate rispetto a quelle degli uomini. “Le donne interrompono più spesso il lavoro per motivi di famiglia o per prendersi cura di altri”, ha detto una funzionaria dell’istituto. Maternità e assistenza ai parenti anziani restano un peso che grava soprattutto sulle spalle delle lavoratrici.

C’è poi il problema degli stipendi medi più bassi: secondo l’ISTAT, nel 2024 le donne guadagnavano in media il 17% in meno rispetto agli uomini. Una differenza che si accumula negli anni e si riflette sulle pensioni. Non meno importante è il basso tasso di occupazione femminile: in Italia, nel 2025, solo il 52% delle donne tra i 20 e i 64 anni lavorava, contro il 72% degli uomini, dati Eurostat alla mano.

Pensioni ai superstiti e assegni sociali: un peso sulle donne

Un altro fattore che abbassa la media delle pensioni femminili è la maggiore presenza delle pensioni ai superstiti tra le donne. “Molte ricevono la pensione non per una carriera propria completa, ma come eredi di quella del marito scomparso”, spiega un dirigente sindacale della Cgil. Questi assegni sono generalmente più bassi di quelli guadagnati con il lavoro.

Se si tolgono gli assegni sociali — cioè quelli per chi non ha versato abbastanza contributi — il divario resta grande, anche se un po’ meno marcato. Va detto però che queste pensioni assistenziali, che nel 2025 hanno riguardato soprattutto donne over 67 con redditi molto bassi, abbassano ulteriormente la media.

Le reazioni: sindacati e associazioni spingono per cambiare

La pubblicazione di questi numeri ha riacceso il dibattito. C’è chi chiede interventi concreti per ridurre il gender gap nelle pensioni. “Non è accettabile che nel 2026 le donne ricevano ancora pensioni così più basse rispetto agli uomini”, ha detto Daniela Fumarola, segretaria nazionale dello Spi-Cgil. Le associazioni femminili hanno chiesto al governo di adottare misure strutturali, come riconoscere i periodi di cura come contributivi e incentivare la continuità lavorativa delle donne.

Il ministro del Lavoro, Marina Calderone, ha ammesso che “il tema è all’attenzione” e che si stanno studiando soluzioni per valorizzare i percorsi lavorativi femminili. Al momento, però, nessuna misura concreta è stata annunciata.

Un problema europeo: l’Italia e il confronto con gli altri Paesi

Il fenomeno non è solo italiano. Un rapporto della Commissione europea uscito a dicembre scorso parla di un gender pension gap medio nell’Unione intorno al 28%, con punte sopra il 35% in alcuni Paesi dell’Est. L’Italia sta poco sotto la media, ma è lontana dai Paesi nordici, dove politiche di welfare più avanzate hanno ridotto molto le differenze.

Gli esperti avvertono: senza cambiamenti nelle politiche sul lavoro e la famiglia, il divario resterà più o meno lo stesso negli anni a venire. “Serve un cambio di passo, sia culturale che normativo”, dice la sociologa Chiara Saraceno. Solo così, forse, le nuove generazioni potranno sperare in pensioni più eque.