Baltimora, 24 gennaio 2026 – Alcune cellule del cervello possono essere “addestrate” a produrre più mielina quando serve, aprendo nuove strade nel trattamento di malattie come la sclerosi multipla. A dimostrarlo è uno studio dell’Università Johns Hopkins, guidato da Dwight Bergles e pubblicato su Cell. I ricercatori hanno osservato il comportamento di queste cellule nei topi. Una scoperta che potrebbe rivoluzionare il modo di curare le malattie legate alla perdita di mielina, dando speranza a chi soffre di disturbi neurologici.
Quando la mielina fa la differenza
Nel cervello, la mielina è la guaina che protegge e isola le fibre nervose, aiutando i segnali elettrici a viaggiare veloci tra i neuroni. A produrla sono gli oligodendrociti, cellule nate dalle cosiddette cellule precursori degli oligodendrociti (Opc), che si formano costantemente. “La mielina è fondamentale per il sistema nervoso”, spiega Bergles, sottolineando quanto sia importante per il corretto funzionamento del cervello.
Gli scienziati hanno però notato un limite: anche quando la mielina viene danneggiata, come accade in alcune malattie, la produzione di nuovi oligodendrociti non aumenta. “Il passaggio da Opc a oligodendrocita è molto lento e poco efficiente”, ammette Bergles. Secondo il team, questo sistema si è evoluto più per aiutare lo sviluppo cerebrale nei bambini che per riparare i danni negli adulti.
Una scoperta che apre nuove possibilità
La ricerca, fatta su topi da laboratorio, ha permesso di seguire in diretta l’attività delle cellule Opc. I risultati mostrano che la produzione di mielina resta sempre la stessa, anche quando il cervello avrebbe bisogno di aumentarla per riparare le lesioni o combattere malattie come la sclerosi multipla. “Il sistema non si adatta alle esigenze del momento”, spiega uno degli autori.
Questa rigidità limita la capacità del cervello di autoripararsi. Ma qui sta la svolta: se si riuscisse a far trasformare più facilmente le Opc in oligodendrociti, si potrebbe produrre più mielina proprio dove serve. Un traguardo che fino a oggi sembrava lontano.
Nuove speranze per chi soffre di sclerosi multipla
La sclerosi multipla è una delle malattie più comuni legate alla perdita di mielina. In Italia colpisce circa 130mila persone, secondo l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM). Oggi i trattamenti puntano soprattutto a rallentare la malattia e ridurre le ricadute, ma non esistono cure in grado di riparare completamente la mielina danneggiata.
Lo studio della Johns Hopkins apre una strada diversa: “Potremmo sviluppare farmaci o metodi per spingere le Opc a trasformarsi in oligodendrociti”, suggerisce Bergles. E non solo: migliorare la produzione di mielina potrebbe aiutare anche in altre malattie neurodegenerative.
Il futuro della ricerca e le sfide da affrontare
Finora, i risultati sono stati ottenuti solo su modelli murini. Gli scienziati avvertono che serve ancora molto lavoro per capire se lo stesso meccanismo funziona anche negli esseri umani e come usarlo nella pratica clinica. “Siamo solo all’inizio – dice Bergles – ma questa scoperta apre un nuovo orizzonte”.
La sfida ora è trovare molecole o strategie in grado di “convincere” le cellule precursori a cambiare strada. Un compito difficile, che richiederà tempo e risorse. Ma nei laboratori della Johns Hopkins c’è già chi guarda avanti con ottimismo: “Solo così potremo davvero parlare di una svolta nella lotta contro le malattie della mielina”, confida un ricercatore.
Intanto, la comunità scientifica segue con attenzione gli sviluppi. Per chi vive con la sclerosi multipla, anche una piccola speranza può fare la differenza.
