Mandalay, 25 gennaio 2026 – Il Myanmar si è svegliato oggi con l’avvio dell’ultima tornata delle elezioni parlamentari volute dalla giunta militare. Un voto che, secondo osservatori e attivisti, rischia di rafforzare ancora di più il potere dell’esercito nel Paese. I seggi hanno aperto alle 6 del mattino, ora locale, in decine di circoscrizioni tra Mandalay, Yangon e altre città. Ma in ampie zone controllate da gruppi ribelli il voto non si tiene. Il ricordo delle proteste represse nel sangue cinque anni fa è ancora vivo, così come l’assenza forzata dei leader democratici più noti.
Elezioni blindate sotto l’occhio della giunta
Da Mandalay e dalla township di Hlaingthaya, a Yangon, i giornalisti internazionali raccontano di un clima teso ma senza incidenti. La data scelta per il voto non è un caso: tra sette giorni ricorre il quinto anniversario del colpo di Stato che ha rovesciato il governo guidato da Aung San Suu Kyi, oggi in carcere, con la sua Lega Nazionale per la Democrazia sciolta per decreto. Il generale Min Aung Hlaing, a capo della giunta, ha presentato queste elezioni come un passo verso il “ritorno del potere al popolo”. Ma, in realtà, le schede sono dominate da candidati vicini all’esercito, mentre i principali partiti d’opposizione sono stati esclusi.
L’USDP, il partito dell’esercito che guida il voto
Il favorito è l’Union Solidarity and Development Party (USDP), nato tra ex ufficiali e considerato la diretta emanazione dei militari. Nelle prime due fasi di voto, l’USDP ha già ottenuto risultati schiaccianti: oltre l’85% dei seggi alla Camera bassa e circa due terzi a quella alta, secondo i dati ufficiali. Un risultato che molti attendevano: la Costituzione del 2008, scritta sotto la supervisione dell’esercito, riserva un quarto dei seggi parlamentari proprio ai militari, garantendo loro un peso decisivo in ogni governo futuro.
Zone escluse, accuse di brogli e paura
Nonostante la retorica sulla “transizione democratica”, il voto non si tiene in vaste aree dove operano gruppi armati etnici. Stati come Kachin, Shan e Rakhine restano tagliati fuori dal processo elettorale. “Non c’è nulla di libero o giusto in queste elezioni”, dice un attivista per i diritti umani di Yangon, che ha preferito restare anonimo per paura di ritorsioni. Fonti locali raccontano di molti cittadini che hanno deciso di non andare a votare, per protesta o per timore di ritorsioni.
Il futuro politico e le reazioni dall’estero
Il Parlamento che uscirà dalle urne dovrà eleggere il nuovo presidente. Il generale Min Aung Hlaing non ha escluso di candidarsi lui stesso alla carica più alta dello Stato. Gli esperti internazionali vedono questa mossa come un modo per “dare un volto civile a un potere che resta saldamente nelle mani dei militari”. “È solo una farsa”, spiega Richard Horsey, esperto di Myanmar dell’International Crisis Group. I risultati ufficiali dovrebbero arrivare entro fine settimana, ma già domani l’USDP potrebbe annunciare la vittoria.
Un Paese diviso, tra silenzi e proteste
Mentre si attendono i risultati, il Myanmar resta spaccato. Da una parte la macchina elettorale della giunta, dall’altra una società civile che fatica a farsi sentire. Stamattina, nelle vie di Mandalay e Yangon, pochi manifesti e poco entusiasmo. “Non è questa la democrazia che volevamo”, confida un giovane insegnante uscendo da un seggio. Eppure, per ora, il futuro sembra scritto: nelle mani dell’esercito e nei numeri già schiaccianti dell’USDP.
