Cellule invecchiate nel cervello dei bambini: una scoperta sorprendente

Cellule invecchiate nel cervello dei bambini: una scoperta sorprendente

Cellule invecchiate nel cervello dei bambini: una scoperta sorprendente

Matteo Rigamonti

Gennaio 30, 2026

New York, 30 gennaio 2026 – Cellule senescenti nel cervello di bambini sotto i cinque anni: è questa la scoperta emersa da uno studio pubblicato su Cell e guidato dalla Icahn School of Medicine al Mount Sinai di New York. Un risultato che cambia la prospettiva su queste cellule, finora legate solo all’invecchiamento e alle malattie neurodegenerative. Analizzando biopsie cerebrali e immagini di 187 persone, i ricercatori hanno trovato che le cellule “invecchiate” non sono solo un problema degli anziani, ma fanno parte anche del normale sviluppo nei più piccoli.

Cellule senescenti, non solo un segno dell’età

Fino a oggi, si pensava che le cellule che smettono di dividersi e non funzionano più come dovrebbero fossero una prerogativa degli anziani. Queste cellule sono state collegate al declino delle funzioni cerebrali e a malattie come Alzheimer e Parkinson. Ma la nuova ricerca mostra chiari segnali di senescenza anche nel cervello di bambini molto piccoli, soprattutto sotto i cinque anni.

Ci ha sorpreso trovare segni evidenti di senescenza sia nel cervello degli anziani che in quello in crescita”, ha detto Anina Lund, prima autrice dello studio. Per lei, questo conferma l’idea che certi geni aiutino la sopravvivenza e la fertilità nei primi anni di vita, ma che poi possano causare problemi, contribuendo all’invecchiamento e alle malattie.

Un doppio volto: crescita e rischio

La ricerca ha mostrato che le cellule senescenti hanno ruoli diversi a seconda dell’età e del tipo di cellula. Nei bambini, sembrano essenziali per lo sviluppo normale del cervello. Con gli anni, invece, diventano un problema che può portare a un peggioramento delle capacità cognitive.

Gli scienziati hanno esaminato campioni di corteccia cerebrale ottenuti durante interventi chirurgici – procedure delicate spesso legate ad altre condizioni – e li hanno messi a confronto con immagini di risonanza magnetica. Così sono riusciti a mettere in relazione i cambiamenti molecolari con la struttura del cervello vista nelle scansioni.

Microglia e neuroni, effetti opposti

Un punto chiave dello studio riguarda come le cellule senescenti si comportano diversamente nei vari tipi cellulari. Nella microglia, le cellule immunitarie del cervello, la senescenza è legata a un aumento del volume cerebrale nei bambini. Nei neuroni eccitatori, invece, sembra accadere il contrario.

Secondo i ricercatori, questo dimostra che la senescenza non è un processo uguale per tutti: “Il ruolo della senescenza cambia a seconda del tipo di cellula e dell’età”, ha spiegato Lund. Questo potrebbe spiegare perché alcune terapie anti-età funzionano in modo diverso da persona a persona.

Verso nuove cure, ma con cautela

Scoprire i meccanismi dietro la senescenza apre la strada a nuovi possibili trattamenti. Gli autori pensano che intervenire su questi processi potrebbe aiutare a prevenire o rallentare le malattie neurodegenerative. Resta però il nodo di capire come mantenere i benefici che queste cellule hanno nei primi anni di vita, senza rischiare effetti negativi con l’età.

C’è ancora molto da scoprire su come queste cellule influenzano il cervello nel tempo”, ha ammesso Lund. Lo studio, pubblicato su una delle riviste scientifiche più importanti, rappresenta un passo avanti nella conoscenza dell’invecchiamento cerebrale. Ma apre anche nuove domande: quando e come intervenire? E quali rischi si corrono modificando un processo tanto legato allo sviluppo umano?

Per ora, è chiaro solo questo: le cellule senescenti, viste finora come nemiche della longevità, potrebbero essere state – almeno all’inizio – preziose alleate del nostro cervello.