Londra, 30 gennaio 2026 – Quando il cervello viene colpito dall’Alzheimer, si blocca quel meccanismo che ci permette di “rivedere” subito dopo le esperienze vissute, un passaggio fondamentale per fissare i ricordi. Durante il sonno, infatti, il cervello prova a riprodurre le memorie appena formate, ma lo fa in modo confuso, quasi come un vecchio videoregistratore che salta. A rivelarlo è uno studio dell’University College di Londra, pubblicato su Current Biology, che apre nuove strade per la diagnosi precoce e per terapie più mirate.
Il replay della memoria che si inceppa nell’Alzheimer
I ricercatori britannici hanno osservato che nei topi geneticamente modificati per sviluppare le placche amiloidi tipiche dell’Alzheimer, il cosiddetto “replay” della memoria – cioè la ripetizione delle sequenze di neuroni legate alle esperienze recenti – è profondamente compromesso. “Quando riposiamo, il cervello normalmente ripassa le esperienze appena fatte, un processo chiave per creare e mantenere i ricordi”, spiega Sarah Shipley, una delle autrici dello studio. Nei topi malati, però, questo meccanismo si perde: le sequenze di attivazione neuronale diventano caotiche, come se il nastro della memoria si spezzasse.
Ippocampo e cellule di posizione: cosa succede durante il sonno
Il fenomeno riguarda l’ippocampo, una zona del cervello fondamentale per la memoria e l’orientamento nello spazio. Qui ci sono le cosiddette cellule di posizione: neuroni che si accendono quando l’animale si trova in un punto preciso dell’ambiente. In condizioni normali, queste cellule “scattano” in una sequenza precisa durante l’esperienza e poi ripetono lo stesso schema durante il riposo, consolidando così il ricordo. Nei topi con Alzheimer, invece, la sequenza si fa confusa e disordinata. Il risultato? Gli animali fanno fatica a ricordare i percorsi già fatti nei labirinti, tornano indietro sui loro passi, come se avessero dimenticato quello che avevano appena imparato.
I dati e i comportamenti osservati
Gli esperimenti sono stati fatti su topi modificati geneticamente per sviluppare le stesse alterazioni cerebrali che si vedono negli esseri umani con Alzheimer. I ricercatori hanno monitorato l’attività dei neuroni nell’ippocampo mentre gli animali esploravano un labirinto e poi durante il riposo. Nei topi sani, la sequenza di attivazione delle cellule di posizione si ripeteva in modo preciso durante il sonno. Nei topi malati, invece, questa sequenza risultava spezzata e confusa. “Abbiamo trovato un problema nel modo in cui il cervello consolida i ricordi, visibile a livello dei singoli neuroni”, sottolinea il neuroscienziato Caswell Barry. “Il replay c’è ancora, ma ha perso la sua struttura normale. Non è che il cervello smetta di lavorare, è il processo stesso che si inceppa”.
Nuove speranze per diagnosi e terapie
Questi risultati potrebbero avere un impatto concreto sia sulla diagnosi precoce sia sulle cure. Gli scienziati stanno ora cercando di capire se si può intervenire sul replay della memoria usando l’acetilcolina, un neurotrasmettitore già preso di mira dai farmaci attuali per l’Alzheimer. “Capendo meglio come funziona questo meccanismo – aggiunge Barry – potremmo rendere i trattamenti più efficaci”. E la possibilità di individuare presto le alterazioni del replay potrebbe portare a nuovi test diagnostici, magari basati su tecniche di neuroimaging o su analisi comportamentali più precise.
Un passo avanti nella lotta all’Alzheimer
Lo studio dell’University College di Londra è un tassello importante per capire come si perde la memoria nell’Alzheimer. Se il cervello continua a provare a fissare i ricordi ma lo fa in modo disordinato, intervenire su questo processo potrebbe aprire nuove strade per rallentare o fermare la malattia. Per ora, come spiegano i ricercatori, si tratta di risultati ottenuti su modelli animali, ma le somiglianze con i pazienti umani fanno sperare in progressi futuri anche per la clinica.
