Park City (Utah), 30 gennaio 2026 – Salman Rushdie è tornato a raccontare in pubblico il terribile episodio del 12 agosto 2022, quando fu aggredito durante un incontro letterario a Chautauqua, New York. Ieri, al Sundance Film Festival, ha parlato davanti a una platea attenta, in occasione della prima mondiale del documentario Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie, diretto dal premio Oscar Alex Gibney. Un racconto fatto di immagini inedite, voci di testimoni e la sua stessa esperienza. Oggi 76enne, Rushdie ha confessato: “Quando mi hanno attaccato ho visto prima il peggio dell’umanità, poi forse anche il meglio”.
Il film che racconta l’attentato
Il documentario nasce insieme al memoriale scritto dallo scrittore – Coltello: Meditazioni dopo un tentato assassinio (Mondadori, 2024) – e ripercorre i momenti dell’aggressione compiuta da Hadi Matar, 24enne californiano di origini libanesi. Secondo le indagini, Matar era radicalizzato. Si era lanciato sul palco durante la conferenza, colpendo Rushdie con diversi fendenti al volto, al braccio e all’addome. “Alcuni spettatori sono saltati sul palco e gli sono piombati addosso, fermandolo perché non si sarebbe mai fermato da solo”, ha ricordato Rushdie. “Mi hanno dato il primo soccorso, fondamentale”.
Rushdie ha perso la vista da un occhio e l’uso della mano sinistra. Ma ieri, davanti al pubblico del Sundance, ha scelto di parlare soprattutto di chi gli ha salvato la vita, più che dell’aggressione. “I primi a salvarmi sono stati quelli in sala”, ha detto con forza. Un gesto che per lui rappresenta una risposta collettiva contro la violenza.
Il lungo cammino verso la ripresa
Il documentario di Gibney mostra anche il percorso di recupero di Rushdie. Sono immagini private, girate dalla moglie, la fotografa e poetessa Rachel Eliza Griffiths. Scene di riabilitazione, momenti difficili, silenzi carichi di fatica. Rushdie si racconta senza fronzoli. “Oggi vediamo violenze incredibili in tutto il mondo”, ha detto durante il dialogo con il critico Justin Chang. “Spero che la mia storia possa aiutare chi affronta i propri traumi”.
Per Gibney, questo film non è solo un resoconto di quanto accaduto, ma anche una riflessione sulla fragilità e la forza dell’essere umano. “Quando scrivi un libro o fai un film, speri di risvegliare qualcosa che tocchi davvero le persone”, ha spiegato Rushdie.
Rushdie e il mondo diviso di oggi
Al Cinema Café del Sundance, Rushdie ha allargato lo sguardo. Ha parlato delle tensioni sociali negli Stati Uniti, citando l’operato degli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) e le reazioni della Polizia di New York. “Perfino la Polizia di New York ha affrontato l’ICE, che sembra più un esercito di gangster… Chi avrebbe mai pensato di dover applaudire la polizia per questo?”, ha detto con un sorriso.
Ha sottolineato come il mondo sia “sempre più spaccato”. Ma nel suo racconto c’è anche una speranza: la forza della narrazione personale, che può aiutare a guarire le ferite di tutti. “Raccontare significa anche mostrare agli altri una strada da seguire”, ha aggiunto.
Una storia che parla a tutti
La vicenda di Rushdie – dall’aggressione alla lenta ripresa – resta un simbolo per chiunque abbia vissuto un trauma improvviso. Il film di Gibney e il libro pubblicato in Italia da Mondadori cercano di restituire spessore a una storia che ha segnato non solo uno scrittore, ma un dibattito globale sulla libertà di parola.
Al Sundance, nella sala piena, qualcuno si è commosso ascoltando Rushdie. Altri hanno preso appunti, con penna o smartphone. Fuori, poco dopo le 19 locali, alcuni spettatori si sono fermati a parlare a bassa voce. “Non è solo la storia di Rushdie”, ha detto una giovane insegnante di Salt Lake City. “È anche la nostra”.
