Niscemi, 31 gennaio 2026 – A Niscemi la frana non si è mai fermata davvero. Lo dice senza giri di parole Giovanni Di Martino, sindaco nel 1997, quando il primo grande cedimento costrinse a demolire 48 edifici e a far evacuare 400 persone. Oggi, a quasi trent’anni di distanza, la situazione è peggiorata: 1.500 residenti sgomberati, case danneggiate, e sul tavolo l’ipotesi concreta di una “new town” per chi non potrà più tornare. Ma, secondo Di Martino, dietro questa emergenza ci sono soprattutto ritardi, competenze divise e interventi mai portati a termine.
Il torrente Benefizio: il vero cuore del problema
«Le frane di allora e di oggi sono legate», spiega Di Martino, seduto nel suo studio tra vecchi faldoni e fotografie in bianco e nero di una Niscemi ormai lontana. Il punto è sempre stato il torrente Benefizio, che taglia in due la città e raccoglie due terzi delle acque reflue. «Quando un torrente scorre su un terreno argilloso e si ingrossa sempre di più, la sua forza erosiva cresce – racconta – ed è proprio quello che è successo qui». Un problema conosciuto da decenni, ma mai risolto sul serio.
Interventi a metà e responsabilità spaccate
Dopo il crollo del 1997, il Comune si è occupato del consolidamento delle zone recuperabili: il belvedere, alcune strade, piccoli lavori. «Quello che dipendeva da noi l’abbiamo fatto», dice Di Martino. Ma la parte più delicata – mettere in sicurezza il torrente – spettava alla Regione. Ed è lì che, secondo l’ex sindaco, tutto si è bloccato. «Per quasi dieci anni non è stato fatto nulla – ricorda – ed è per questo che si sono persi i fondi del Pnrr».
Dieci anni per una gara, poi tutto fermo
I tecnici della Regione si sono messi a lavorare sul torrente Benefizio solo dopo il 1997. Il bando per i lavori è stato pubblicato nel 2006, nove anni dopo la frana, e il contratto firmato nel 2009. Ma i lavori non sono mai partiti davvero. «Quando l’impresa fece i primi sopralluoghi – racconta Di Martino – si accorse che la situazione era peggiorata: la frana si era allargata, il torrente era diventato più grosso. Così non si poteva intervenire». La Regione ha rescisso il contratto, dando la colpa all’impresa. Era il 2010.
Anni di immobilismo e soldi mai spesi
Da allora, secondo l’ex sindaco, la Regione è rimasta «ferma come un muro». I documenti confermano: nel 2014 sono stati stanziati 9 milioni di euro, più volte richiamati ma mai spesi. Solo nel 2016 sono ripresi i sopralluoghi a Niscemi. Nel 2019, una nuova frana ha riportato l’attenzione sull’emergenza. «Su Facebook c’è ancora il post di Marco Falcone – ricorda Di Martino – allora assessore alle Infrastrutture, che prometteva lavori di consolidamento». Ma anche stavolta, tutto si è fermato.
Studi recenti e la corsa contro il tempo
Nel 2022 nuovi rilievi sono stati inseriti nel Piano di assetto idrogeologico (Pai). Nel 2023 è stato nominato un nuovo responsabile per una nuova gara. Nel 2025 sono stati fatti altri studi sul posto. Qualche fondo è stato recuperato: oggi si parla di 14 milioni di euro. Ma, dopo tutto questo tempo, i finanziamenti del Pnrr restano fuori portata.
Comune e Regione corrono a due velocità
«Il Comune ha fatto la sua parte», conferma Di Martino. Anche quando non era lui a guidare la città, i lavori affidati al municipio sono andati avanti. Ma il vero problema resta il torrente: «È lui che scava continuamente sotto la città, sotto i nostri piedi». E su questo, che spetta alla Regione, «non è stato fatto nulla».
Una catastrofe annunciata
Oggi a Niscemi si vive nell’incertezza. Il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci – ex governatore della Regione – ha parlato di «sottovalutazione» della frana del 1997. Ma chi qui ci vive da sempre, come Di Martino, vede solo una lunga storia di attese e promesse non mantenute. «Basta guardare i documenti», conclude l’ex sindaco. «Per troppo tempo non si è mosso nulla». E intanto, il torrente continua a scavare sotto le case.
