Roma, 31 gennaio 2026 – Un team di ricercatori internazionali ha scoperto il freno molecolare che rallenta la crescita del medulloblastoma, il tumore cerebrale più diffuso tra i bambini e tra i più difficili da curare. La notizia, pubblicata su Cancer Cell, apre la porta a terapie più mirate e con meno effetti collaterali rispetto a quelle attuali. Lo studio è stato guidato dall’Institut Curie di Parigi, con la partecipazione di esperti italiani della Sapienza Università di Roma, dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dell’Istituto Pasteur Italia – Fondazione Cenci Bolognetti.
Un nuovo punto debole per il medulloblastoma
Gli scienziati, coordinati da Olivier Ayrault, hanno analizzato i campioni tumorali di circa 400 bambini malati. Non si sono limitati a guardare il DNA delle cellule, ma hanno studiato anche l’RNA messaggero, cioè la molecola che porta le istruzioni per produrre le proteine, e altri elementi delle cellule. “Volevamo capire come il tumore riesca a crescere così in fretta, nonostante le terapie”, ha detto Ayrault in una nota dell’Institut Curie.
Nel corso delle analisi, i ricercatori hanno visto che le cellule del medulloblastoma accumulano lipidi sotto forma di piccole gocce. Queste gocce sono una sorta di “scorta energetica” che il tumore usa per crescere. Ma bloccare la sintesi interna di lipidi non basta: le cellule malate riescono a sopperire prendendo grassi dall’esterno.
L’enzima Dgat1 sotto la lente
La svolta è arrivata quando il gruppo ha deciso di colpire un enzima specifico, chiamato Dgat1, che serve a formare queste gocce lipidiche. Inibendo Dgat1, hanno notato una forte riduzione della crescita del tumore nei modelli animali usati nello studio. “I topi trattati con l’inibitore di Dgat1 vivevano più a lungo rispetto agli altri”, ha raccontato Giovanni Blandino, docente alla Sapienza e coautore del lavoro.
Secondo gli esperti, questa strategia potrebbe cambiare la vita ai piccoli pazienti. Le cure attuali – chemioterapia e radioterapia – sono spesso pesanti e lasciano segni anche a lungo termine. “Vogliamo arrivare a trattamenti che colpiscano solo le cellule malate, risparmiando quelle sane”, ha aggiunto Blandino.
Una rete europea per nuovi orizzonti
Il progetto ha coinvolto diversi centri europei, con un ruolo importante dei gruppi italiani. “Abbiamo lavorato su dati raccolti in più di dieci anni, unendo competenze diverse”, ha spiegato Francesca Di Cunto dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Il lavoro di squadra ha dato risultati solidi e ripetibili.
Ora la scoperta di Dgat1 come punto debole del medulloblastoma apre la strada a nuovi studi clinici. Gli autori sottolineano che servirà ancora tempo per testare sicurezza ed efficacia degli inibitori di Dgat1 nei bambini. “Siamo solo all’inizio, ma questa vulnerabilità potrebbe diventare un punto da colpire nel futuro”, ha confidato Ayrault.
Una speranza reale per i bambini malati
Il medulloblastoma ogni anno colpisce circa 500 bambini in Europa, spesso molto piccoli. La diagnosi arriva quasi sempre all’improvviso, con sintomi come mal di testa che non passa, nausea e problemi di movimento. Le famiglie affrontano percorsi difficili, tra operazioni e cicli intensi di cure.
Per molti genitori, ogni passo avanti nella ricerca è una speranza concreta. “Sapere che si studiano cure meno invasive ci dà fiducia”, ha raccontato una madre di Roma, il cui figlio è in cura al Bambino Gesù. Ma gli scienziati invitano a non illudersi troppo presto: ci vorranno anni prima che questi risultati diventino farmaci usati negli ospedali.
Eppure, la strada sembra tracciata. Capire i meccanismi che regolano il medulloblastoma potrebbe cambiare profondamente come si combatte questo tumore. E dare ai bambini – e alle loro famiglie – una prospettiva nuova rispetto al passato.
