Roma, 3 febbraio 2026 – Un enigma medico rimasto senza risposta per oltre 12mila anni è stato finalmente svelato grazie all’analisi del Dna antico. Due scheletri trovati insieme nella Grotta del Romito, in Calabria, sono stati identificati come madre e figlia, entrambe affette da una rara malattia genetica che provoca un forte rallentamento della crescita e arti accorciati. La scoperta, pubblicata sul New England Journal of Medicine, è frutto del lavoro di un team internazionale guidato dall’Università Sapienza di Roma, dall’Università di Vienna e dall’Ospedale universitario di Liegi.
Il Dna racconta la verità: displasia acromesomelica
La sepoltura, risalente al Paleolitico superiore, era stata trovata nel 1963 in una grotta della provincia di Cosenza. I resti – un adulto alto 145 centimetri e una ragazza di appena 110 – erano stati deposti insieme, stretti in un abbraccio che aveva colpito gli archeologi. Le ossa mostravano chiari segni di crescita anomala: arti corti, stature molto più basse della media dell’epoca. Gli studiosi avevano ipotizzato una displasia acromesomelica, una malattia scheletrica rara, ma mancavano conferme. Anche il sesso dei due restava un’incognita.
Solo ora, grazie alle tecniche di estrazione del Dna dall’osso dell’orecchio interno – considerato uno dei migliori materiali per il Dna antico – i ricercatori hanno chiarito ogni dubbio. “Abbiamo scoperto che erano due donne, madre e figlia”, ha spiegato Alfredo Coppa, antropologo della Sapienza e coordinatore del gruppo italiano. La ragazza aveva entrambe le copie del gene Npr2 mutate, confermando la diagnosi genetica. La madre, invece, portava una sola copia alterata: non aveva sviluppato la malattia, ma era comunque più bassa della media.
Malattie genetiche rare: una storia antica
Questo risultato cambia il modo di guardare alle malattie genetiche rare. Non sono soltanto un problema moderno, come spesso si pensa. “Queste condizioni esistono da sempre”, ha sottolineato Ron Pinhasi dell’Università di Vienna, coautore dello studio. Grazie al Dna antico, oggi possiamo scovare malattie rimaste nascoste per millenni e capire meglio la salute delle popolazioni preistoriche.
Adrian Daly, genetista dell’ospedale universitario di Liegi, aggiunge: “Gli strumenti della genetica clinica moderna stanno rivoluzionando anche lo studio delle malattie del passato”. Non solo conferme: a volte queste tecniche rivelano nuove varianti o condizioni mai viste prima.
Un segno di cura nella preistoria
Un aspetto che colpisce gli studiosi è la sopravvivenza della ragazza fino all’adolescenza, nonostante la grave disabilità. Questo fa pensare a una forma di cura sociale nella comunità di cacciatori-raccoglitori che viveva in Calabria 12mila anni fa. “Pensiamo che i suoi compagni si siano presi cura di lei”, spiega Coppa. “Probabilmente l’hanno aiutata a trovare cibo e a muoversi in un ambiente difficile”.
A conferma di questo ci sono anche i resti: i due scheletri sono stati sepolti insieme, abbracciati, a testimonianza di un legame profondo e di una volontà di protezione reciproca. Un’immagine che va oltre gli stereotipi di società preistoriche spietate verso i più fragili.
Paleogenetica: nuove strade per il passato
La ricerca apre nuove prospettive per la paleogenetica. Lo studio del Dna antico non serve solo a fare diagnosi precise, ma aiuta anche a ricostruire le relazioni sociali e familiari delle comunità antiche. Qui, la conferma del rapporto madre-figlia e la presenza della mutazione genetica offrono uno spaccato raro sulla trasmissione delle malattie ereditarie nel passato.
“È un passo avanti importante”, sottolinea Coppa. “Ora possiamo indagare non solo le cause della morte, ma anche le condizioni di vita e i legami tra persone vissute migliaia di anni fa”.
Il mistero della Grotta del Romito, dunque, è stato finalmente risolto. Ma come spesso accade nella scienza, ogni risposta apre nuovi interrogativi: quante altre storie simili aspettano di emergere nei tanti siti archeologici sparsi per l’Europa?
