Milano, 4 febbraio 2026 – L’autopsia su Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante un controllo antidroga nel bosco di Rogoredo, non ha ancora fatto piena luce su come sono andate davvero le cose. Il poliziotto, indagato per omicidio volontario, continua a sostenere di aver agito per legittima difesa. Ma i risultati dell’esame – resi noti ieri pomeriggio – lasciano ancora molti dubbi sulla posizione di Mansouri al momento dello sparo.
Autopsia: ancora nessuna certezza sulla dinamica
Dall’autopsia emerge che Mansouri è stato colpito “di profilo”, con la testa leggermente girata a sinistra. Un dettaglio, spiegano fonti della procura, che “non esclude né la fuga né uno scontro diretto”. Il proiettile ha raggiunto il giovane sopra l’orecchio destro, ma resta da chiarire se fosse di spalle, di fronte o in movimento laterale. “Non abbiamo ancora abbastanza elementi per ricostruire con certezza i fatti”, ha ammesso uno degli investigatori che ha seguito l’esame.
Indagini balistiche per fare chiarezza
Per togliere ogni dubbio, la procura di Milano ha ordinato una serie di accertamenti balistici. L’obiettivo è capire con precisione la traiettoria del colpo e la distanza tra l’agente e Mansouri al momento dello sparo. Solo così si potrà stabilire se il poliziotto ha agito davvero in pericolo o se la sua reazione è stata esagerata. Gli esami saranno affidati ai tecnici della Scientifica nei prossimi giorni. “Bisogna andare con calma, ogni dettaglio conta”, ha sottolineato un magistrato coinvolto nell’inchiesta.
La versione dell’agente e le contestazioni della famiglia
Davanti al pubblico ministero, il poliziotto ha confermato la sua versione: “Ho visto il ragazzo avvicinarsi, ho ordinato di fermarsi più volte, ma lui ha continuato a camminare e poi ha puntato contro di me una pistola”. Solo dopo si è scoperto che si trattava di un’arma a salve. L’agente ha detto di aver sparato “per paura, convinto di essere sotto tiro”. Una versione che però non convince la famiglia Mansouri. I parenti sostengono che il 28enne è stato colpito mentre cercava di scappare. “Non era armato sul serio, non rappresentava una minaccia”, hanno detto gli avvocati della famiglia fuori dalla Questura.
Un passato difficile ma non violento
Abderrahim Mansouri aveva diversi precedenti: spaccio, rapina, resistenza a pubblico ufficiale. Un volto noto alle forze dell’ordine, spesso segnalato nel quartiere tra via Sant’Arialdo e il parco della Martesana. Eppure, dicono chi lo conosceva, “non era una persona violenta”. La notte della sparatoria, secondo le prime ricostruzioni, Mansouri si trovava nel bosco di Rogoredo poco dopo le 22.30. Tra sentieri frequentati dagli spacciatori e pattuglie di controllo, si è consumato l’episodio che ora divide l’opinione pubblica e le istituzioni.
Le prossime mosse della procura
Il fascicolo aperto dalla procura milanese al momento riguarda solo l’agente coinvolto. Gli inquirenti aspettano i risultati degli esami balistici e le analisi sulle tracce trovate sulla scena. Nel frattempo, sono stati ascoltati altri testimoni presenti quella sera nel bosco: alcuni hanno riferito di aver sentito “una sola esplosione”, altri parlano di “urla e confusione” poco prima dello sparo. La polizia scientifica sta anche esaminando le immagini delle telecamere installate vicino all’area.
Un’indagine ancora tutta da chiudere
La domanda resta aperta: quel colpo partito dalla pistola d’ordinanza è stato un tragico errore dettato dal panico o una reazione fuori misura? La risposta arriverà solo con i prossimi accertamenti tecnici e le decisioni della magistratura. Nel frattempo, a Rogoredo – tra i vialetti fangosi e le panchine vuote – l’atmosfera è tesa. “Vogliamo chiarezza, vogliamo giustizia”, ripetono i familiari di Mansouri. E in Questura si aspetta il prossimo passo della procura.
