Roma, 5 febbraio 2026 – Un gruppo di ricercatori guidato da Pradeep Chitta all’Istituto Max Planck in Germania ha fatto una scoperta importante grazie ai dati raccolti dalla missione Solar Orbiter dell’Agenzia Spaziale Europea. È emerso che i brillamenti solari – le potenti esplosioni di materia sulla superficie del Sole – partono da piccole perturbazioni che, quasi all’improvviso, si trasformano in eventi di enorme energia. Lo studio, pubblicato su Astronomy and Astrophysics, getta nuova luce su un fenomeno osservato da decenni, ma ancora in parte misterioso.
Brillamenti solari: si parte da piccoli segnali
Dall’analisi dei dati raccolti il 30 settembre 2024, durante un passaggio ravvicinato della sonda Solar Orbiter al Sole, emerge che i brillamenti non nascono da un’unica esplosione gigantesca. Al contrario, sono il risultato di una serie di piccole attività che si susseguono rapidamente. Le immagini, scattate ogni due secondi dagli strumenti a bordo, mostrano chiaramente la sequenza: prima una serie di minuscole perturbazioni, poi la formazione di un arco di materiale espulso nello spazio, infine un’intensa emissione di raggi X.
Chitta ha spiegato: “Ci ha sorpreso vedere come il grande brillamento sia guidato da tanti piccoli eventi di riconnessione che si diffondono velocemente nello spazio e nel tempo”. Una dinamica simile a una valanga: una piccola scintilla può scatenare qualcosa di molto più grande e difficile da fermare.
Energia in fuga e pericoli per la Terra
I brillamenti solari sono esplosioni violente che avvengono quando l’energia accumulata nei campi magnetici aggrovigliati del Sole viene improvvisamente liberata, in un processo chiamato riconnessione magnetica. In pochi minuti, le linee di campo magnetico si intrecciano, si spezzano e si ricollegano. A quel punto, il materiale solare può essere lanciato nello spazio a velocità impressionanti – fino a 500 milioni di chilometri all’ora, circa metà della velocità della luce.
Queste eruzioni non restano confinate al Sole. Quando arrivano sulla Terra, possono disturbare il nostro campo magnetico e mettere a rischio satelliti e comunicazioni. Gli effetti si fanno sentire anche a terra: blackout elettrici, interruzioni del GPS e problemi alle reti radio sono solo alcune delle conseguenze possibili.
Solar Orbiter, una finestra sul Sole
Lanciata dall’ESA nel 2020, la missione Solar Orbiter ha permesso per la prima volta di osservare da vicino come si formano i brillamenti solari. Le immagini raccolte durante il passaggio ravvicinato del 30 settembre 2024 segnano un punto di svolta: mai prima era stato possibile seguire così da vicino la sequenza di eventi che portano all’esplosione.
“Questi dati ci aiutano a capire meglio come si sviluppano i brillamenti e quali segnali ci avvertono in anticipo”, ha aggiunto Chitta. “Solo così potremo forse prevedere con più precisione quando e dove esploderanno le prossime eruzioni”.
Nuove strade per la ricerca e la sicurezza
Scoprire che i brillamenti solari partono da piccole perturbazioni apre nuove possibilità per la scienza e per proteggere le infrastrutture sulla Terra. Capire come si innescano questi eventi potrebbe aiutare a creare sistemi di allerta più efficaci per satelliti e reti elettriche.
Gli esperti dell’ESA puntano ora a esaminare altri dati della sonda per vedere se lo stesso meccanismo si ripete in altri brillamenti. “Ci servono conferme”, ammette uno dei ricercatori, “ma questa strada sembra davvero promettente”.
Intanto, il lavoro del team di Chitta rappresenta un passo avanti importante nella comprensione dell’attività solare – un fenomeno che, anche a milioni di chilometri di distanza, continua a influenzare la vita sulla Terra in modi spesso imprevedibili.
