Lecce, 5 febbraio 2026 – Un medico di 43 anni è stato condannato dal tribunale di Lecce a 4 anni e 6 mesi di carcere con l’accusa di aver somministrato psicofarmaci alla moglie per spiarle il cellulare, oltre a essere responsabile di maltrattamenti e lesioni personali. La sentenza, arrivata ieri pomeriggio, chiude il primo capitolo di un processo che ha portato alla luce una storia iniziata più di dieci anni fa, tra le mura di una casa all’apparenza normale.
Anni di sopraffazione in una famiglia del Salento
Gli inquirenti raccontano che tutto è partito nel 2013. Quell’anno la donna, ora poco più che quarantenne, ha scoperto un tradimento del marito. Da lì, come ha raccontato lei stessa in aula, la situazione è rapidamente peggiorata. «Sei ignorante, fai la casalinga e non farai mai nulla nella vita», le avrebbe detto più volte l’uomo, secondo l’accusa. Parole che si sono sommate a botte, insulti e continue umiliazioni, creando un clima di vero e proprio terrore.
Il fascicolo parla di una lunga serie di episodi: offese, minacce, spintoni. Poi, come si scoprirà, sono arrivati anche fatti molto più gravi.
Psicofarmaci per controllare il cellulare, la donna finisce in ospedale
La svolta arriva nel 2020. Secondo la procura, in quell’anno il medico avrebbe dato alla moglie psicofarmaci sedativi, in particolare benzodiazepine, con lo scopo di alterarle la coscienza e poter così spiare il suo telefono. Quella sera la donna si sarebbe sentita male all’improvviso ed è stata portata d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale di Lecce.
I medici hanno riscontrato una «amnesia compatibile con somministrazione endovenosa di benzodiazepine da parte di persona conosciuta». Dopo qualche ora di osservazione la donna è stata dimessa. Ma tornata a casa, le minacce e le percosse non si sono fermate.
Anche dopo la separazione, il controllo non si ferma
La loro storia è finita poco dopo quell’episodio. Ma, come ha spiegato il pubblico ministero, il medico non ha smesso di tormentare l’ex moglie. Avrebbe continuato a controllarla tramite colleghi e persino i figli minorenni. Telefonate, richieste di informazioni indirette, una sorveglianza costante che, scrive il giudice, ha causato «disagio psichico e giustificato timore per la propria sicurezza e quella dei familiari».
La donna, dicono i suoi avvocati, ha dovuto cambiare molte abitudini: uscire a orari diversi, scegliere percorsi alternativi per portare i figli a scuola, prestare attenzione a ogni minimo dettaglio della sua giornata.
La sentenza e le reazioni
Il giudice ha riconosciuto la gravità dei fatti e ha stabilito una provvisionale di 10mila euro a favore della vittima. La difesa, con l’avvocato Marco De Santis, ha già annunciato ricorso in appello: «Riteniamo che alcuni elementi non siano stati valutati correttamente», ha detto il legale all’uscita dall’aula.
La parte civile ha invece parlato di una «sentenza che restituisce dignità alla vittima». La donna non era in aula durante la lettura della sentenza. Chi le sta vicino racconta che ha preferito evitare i riflettori e mantenere la privacy.
Una vicenda che riaccende il dibattito sulla violenza domestica
Il caso ha fatto parlare anche fuori dal tribunale. Diverse associazioni locali per la tutela delle donne hanno accolto con favore la decisione del tribunale di Lecce. «Episodi come questo mostrano quanto sia importante denunciare e non restare in silenzio», ha detto la presidente del centro antiviolenza “Renata Fonte”.
Secondo i dati ISTAT del 2025, in provincia di Lecce sono stati segnalati oltre 400 casi di maltrattamenti in famiglia nell’ultimo anno. Numeri che raccontano una realtà ancora difficile da affrontare. Ma, sottolineano gli operatori sociali, ogni sentenza è un passo avanti verso una maggiore consapevolezza collettiva.
Il processo proseguirà con il secondo grado nei prossimi mesi. Nel frattempo, la donna cerca di ricostruirsi una vita lontano dai riflettori.
