Foodbusters: come il recupero delle eccedenze alimentari diventa un lavoro sociale innovativo

Foodbusters: come il recupero delle eccedenze alimentari diventa un lavoro sociale innovativo

Foodbusters: come il recupero delle eccedenze alimentari diventa un lavoro sociale innovativo

Matteo Rigamonti

Febbraio 5, 2026

Roma, 5 febbraio 2026 – In occasione della Giornata Nazionale contro lo spreco alimentare, Diego Ciarloni, presidente di Foodbusters Odv, ha presentato oggi a Roma una nuova ricerca sullo stato dello spreco alimentare in Italia. Ha lanciato un duro attacco alle istituzioni: “Il contrasto allo spreco è bloccato da un’inerzia che scarica tutto sul volontariato gratuito, invece di riconoscere il valore vero, sia professionale che ambientale, del recupero”, ha detto Ciarloni davanti a operatori del settore e rappresentanti delle associazioni.

Spreco alimentare in calo, ma l’Italia resta indietro

Secondo i dati di Waste watcher international e Ipsos, nel 2025 ogni italiano ha sprecato in media 555,8 grammi di cibo a settimana. È un calo rispetto ai 683 grammi del 2024, pari a un -18,6%, ma resta sopra la media europea e lontano dall’obiettivo dell’Agenda Onu 2030, che vuole dimezzare lo spreco. “I numeri migliorano, ma non basta”, ha detto Ciarloni. “Siamo ancora troppo lontani dagli standard europei”.

Le differenze tra le regioni sono evidenti. Nel Centro Italia si spreca meno, con 490,6 grammi a testa, seguito dal Nord con 515,2 grammi. Il Sud e le Isole rimangono l’area più critica, con 628,6 grammi pro capite. “Le famiglie con figli sono più attente: 461,3 grammi a settimana”, si legge nel report. A fare la differenza è una migliore organizzazione della spesa.

Il paradosso delle eccedenze: tra volontariato e burocrazia

Lo spreco domestico è solo una parte del problema. Nella ristorazione collettiva e scolastica, quasi il 30% del cibo preparato non viene consumato: il 17% resta nei piatti, il 13% è cibo integro che finisce nella spazzatura. “Nelle mense scolastiche si butta ancora il 30% del cibo”, ha denunciato Ciarloni. “Andiamo nelle scuole a parlare di ambiente, ma dopo i nostri incontri non c’è mai stato un vero recupero strutturale da parte delle istituzioni”.

Dal lato della Grande distribuzione e della ristorazione commerciale arrivano eccedenze importanti, spesso viste più come un problema da smaltire che come una risorsa da recuperare. “Oggi il cibo buono vale meno della spazzatura”, ha ammesso il presidente di Foodbusters. “Lo smaltimento dei rifiuti è un sistema industriale che viene finanziato; il salvataggio del cibo, invece, è lasciato alla buona volontà dei volontari”.

Impatto economico e ambientale: i numeri di un’emergenza

Lo spreco alimentare pesa molto sull’economia e sull’ambiente. Nel mondo, circa un terzo del cibo prodotto va perso o sprecato, contribuendo al 10% delle emissioni di gas serra. In Italia, solo nel 2025, gli eventi climatici estremi hanno provocato quasi 12 miliardi di euro di danni all’agricoltura. “Buttare cibo non è un peccato veniale, è un crimine contro il clima”, ha ribadito Ciarloni. “Il cibo sprecato produce il 10% delle emissioni globali di CO2. Questa inquinamento scalda i mari e alimenta eventi devastanti come il Ciclone Harry”.

Il presidente ha ricordato anche i danni al Sud Italia nel gennaio 2026: “Due miliardi di euro di danni sono il conto che l’ambiente ci presenta per la nostra inefficienza. In un’Italia che soffre la scarsità d’acqua, sprecare cibo significa buttare acqua dolce ed energia che non abbiamo più”.

Foodbusters Odv: tra burocrazia e mancanza di strutture

Foodbusters Odv nasce ad Ancona nel 2016 da un’idea di Diego Ciarloni e della moglie Simona Paolella. L’associazione recupera eccedenze alimentari da eventi privati e pubblici – matrimoni, meeting, feste – per consegnarle in poche ore a enti caritatevoli e case famiglia. Oggi Foodbusters è attiva in tutta Italia: dalle Marche alla Sicilia, passando per Umbria, Emilia Romagna e Abruzzo.

Ma la quotidianità è piena di ostacoli. “Abbiamo passato sedici mesi di burocrazia solo per ottenere l’uso limitato di un auditorium – un’ora e mezza a settimana – uno spazio inadatto per gestire cibo in eccesso”, ha raccontato Ciarloni. Solo da poco l’associazione ha un furgone elettrico in comodato d’uso dal Comune di Falconara Marittima (Ancona), ma il lavoro resta affidato all’“eroismo” dei singoli volontari.

Le proposte per il 2026: fare del recupero un lavoro vero

Per uscire dall’angolo, Foodbusters Odv propone qualche soluzione concreta: professionalizzare il recupero con uno stipendio pagato da una quota fissa della Tari; sedi operative obbligatorie fornite dai Comuni; obbligo per la grande distribuzione organizzata di cedere gratuitamente le eccedenze, come avviene in Francia.

“Finché il recupero sarà visto come un favore e non come un lavoro vero e proprio, non ci sarà mai una vera economia circolare”, ha concluso Ciarloni. “Parlare di sostenibilità senza mettere in piedi strutture minime è solo retorica, e offende le nuove generazioni”.