Il dramma dei rider: 10 ore di lavoro per pochi euro a consegna

Il dramma dei rider: 10 ore di lavoro per pochi euro a consegna

Il dramma dei rider: 10 ore di lavoro per pochi euro a consegna

Giada Liguori

Febbraio 5, 2026

Milano, 5 febbraio 2026 – Il lavoro dei rider del food delivery in Italia resta un terreno di incertezze economiche e contrattuali. A confermarlo è l’ultima indagine della Nidil Cgil nazionale, pubblicata oggi. La ricerca, che ha raccolto 500 questionari da rider sparsi in tutta la Penisola – in italiano, francese, inglese e urdu – disegna un quadro fatto di turni pesanti, guadagni risicati e tutele quasi inesistenti. La maggior parte di questi giovani, spesso migranti, vede nel delivery la propria principale fonte di reddito, lavorando fino a sei o sette giorni alla settimana e spesso più di otto ore al giorno.

Turni massacranti e pagamenti da fame

Il dossier Nidil Cgil 2025 rivela che i rider italiani si guadagnano tra i 2 e i 4 euro lordi per ogni consegna. Roberta Turi, della segreteria nazionale Nidil, spiega: “In questa cifra sono compresi anche i tempi di attesa e le spese che i rider devono sostenere, come il carburante”. Molti usano moto o auto, e i costi per il mezzo finiscono per mangiarsi gran parte del guadagno. “Non è un lavoretto – sottolinea Turi – per la maggior parte è un vero lavoro. Si fa sei o sette giorni alla settimana, spesso otto-dieci ore al giorno”.

Il pagamento a cottimo, cioè in base alle consegne fatte, resta il nodo più spinoso. I rider non hanno una paga oraria fissa e non vengono pagati per i tempi di attesa. E poi ci sono le spese per benzina e manutenzione, a carico loro. Dai questionari emerge che questa pressione economica li spinge ad accettare turni lunghi e condizioni spesso rischiose.

Rider in strada, la sicurezza è un miraggio

Un altro problema serio riguarda la salute e la sicurezza. La ricerca mostra come i dispositivi di protezione forniti dalle piattaforme siano spesso insufficienti. “Purtroppo, quello che danno non basta”, ammette Turi. Tra traffico, maltempo e ritmi serrati, i rischi sono dietro ogni angolo. La copertura assicurativa è limitata: molti rider faticano a ottenere risarcimenti per infortuni o malattie.

Le testimonianze raccolte raccontano di caschi non a norma, giacche leggere e zaini scomodi. “A volte ci danno solo una pettorina rifrangente”, confida un rider di Bologna. “Quando piove o fa freddo, dobbiamo arrangiarci da soli”.

Casa Rider a Firenze: un porto sicuro

A Firenze, da un anno circa, c’è Casa Rider, un progetto nato per dare una mano concreta a chi lavora nel settore. Giulia Tagliaferri di Nidil Firenze spiega che è diventato “un punto di riferimento importante”, soprattutto per i rider stranieri. “Qui arrivano soprattutto lavoratori pakistani – dice – che cercano informazioni sui rapporti con le piattaforme, sulla salute e sicurezza, ma anche aiuto per le pratiche legate alla loro condizione di migranti”.

In dodici mesi, quasi 1.000 lavoratori si sono rivolti a Casa Rider. Lo sportello offre consulenza legale e sindacale, ma anche uno spazio per essere ascoltati. “Molti hanno solo bisogno di parlare”, racconta Tagliaferri. “Spesso si sentono soli o non sanno a chi rivolgersi quando hanno un problema”.

Un lavoro senza garanzie

La fotografia della Nidil Cgil mostra un settore ancora senza tutele solide. Nonostante le richieste di sindacati e associazioni negli ultimi anni, il lavoro dei rider è regolato male. La maggior parte lavora come autonomo o collaboratore occasionale, senza le garanzie del lavoro dipendente.

“Serve una legge che riconosca davvero i diritti dei rider”, insiste Turi. Intanto, la vita di chi consegna cibo in Italia resta quella raccontata dai dati: turni lunghi, paghe basse e poche certezze. Una situazione che, secondo la Nidil Cgil, chiede risposte immediate da istituzioni e piattaforme.