Pechino, 5 febbraio 2026 – Un team di ricercatori internazionali ha messo a fuoco un circuito cerebrale decisivo nei disturbi principali del Parkinson: la cosiddetta rete di azione somato-cognitiva (Somato-Cognitive Action Network, Scan). Si tratta di un’area specifica della corteccia motoria dove i pensieri si trasformano in movimenti. La scoperta, pubblicata oggi su Nature dal gruppo guidato dal Changping Laboratory di Pechino insieme alla Washington University School of Medicine di St. Louis, apre la strada a trattamenti più precisi ed efficaci.
Scan, il circuito chiave che va oltre il movimento
Per anni, il Parkinson è stato visto soprattutto come un disturbo legato ai problemi motori e a un malfunzionamento dei gangli della base, la zona del cervello che regola i movimenti muscolari. Ma, come spiega Hesheng Liu, il coordinatore dello studio, “il nostro lavoro mostra che la malattia nasce da un problema molto più esteso”. La rete Scan è infatti iperconnessa con altre aree cerebrali che controllano non solo il movimento, ma anche la memoria, le emozioni e le funzioni corporee. Un cablaggio fuori posto, dice Liu, che impatta su diversi aspetti della vita di chi soffre di Parkinson.
Oltre 800 cervelli analizzati per capire il Parkinson
Il gruppo ha studiato dati di imaging cerebrale raccolti da più di 800 persone: pazienti con Parkinson, trattati con stimolazione cerebrale profonda, farmaci, stimolazione magnetica transcranica e ultrasuoni focalizzati, ma anche soggetti sani e persone con altri disturbi del movimento. L’analisi ha rivelato che nel Parkinson c’è una iperconnessione tra la Scan e le aree sottocorticali che gestiscono emozioni, memoria e controllo motorio. Solo guardando questi dati i ricercatori hanno capito che le terapie funzionano meglio quando riescono a ridurre questa iperconnessione, riportando a un equilibrio il circuito che pianifica e coordina i movimenti.
Stimolazione magnetica mirata: una nuova speranza
Sulla base di queste scoperte, il team ha messo a punto una terapia in grado di colpire la rete Scan in modo preciso e non invasivo. La tecnica usata è la stimolazione magnetica transcranica, che manda impulsi magnetici attraverso un apparecchio posizionato sulla testa. In uno studio clinico su 18 pazienti, il trattamento durato due settimane ha dato risultati incoraggianti: il 56% ha mostrato miglioramenti, contro il 22% di chi ha ricevuto stimolazione in aree vicine. “Abbiamo visto progressi chiari”, racconta uno degli scienziati, “soprattutto nella capacità di pianificare e iniziare i movimenti”.
Il futuro delle cure: più efficacia e nuovi approcci
Gli autori sottolineano che agire direttamente sulla rete Scan potrebbe raddoppiare l’efficacia delle terapie tradizionali contro il Parkinson. Ma non è solo una questione di migliorare i sintomi motori: la malattia va vista come un problema che coinvolge un’intera rete cerebrale. “Questo cambia il modo di pensare e curare il Parkinson”, aggiunge Liu, “e potrebbe segnare una svolta nei prossimi anni”.
Verso cure più su misura e meno invasive
Serve ancora molto lavoro, con studi più ampi, per confermare questi risultati. Intanto, la possibilità di usare tecniche non invasive come la stimolazione magnetica transcranica rappresenta un passo avanti verso cure più personalizzate e meno pesanti per chi soffre di Parkinson. La comunità scientifica guarda con attenzione a questa scoperta e alle sue potenziali applicazioni nella pratica clinica futura.
