Boston, 6 febbraio 2026 – Un gruppo di ricercatori della Northeastern University ha messo a punto un metodo che potrebbe semplificare e rendere più vantaggioso il recupero delle terre rare dagli scarti dell’estrazione del carbone. Lo studio, uscito sulla rivista Environmental Science & Technology, è guidato dall’ingegnere chimico Damilola Daramola e potrebbe rappresentare una svolta per gli Stati Uniti, che da tempo cercano di ridurre la loro dipendenza dalla Cina per questi materiali strategici.
Una nuova strada per le terre rare
La tecnica ideata dal team americano prevede un doppio passaggio: prima, gli scarti di carbone vengono immersi in una soluzione di acqua e idrossido di sodio; poi, il materiale viene trattato con acido nitrico dentro un reattore a microonde creato ad hoc. Dai dati raccolti, questo processo permette di raddoppiare l’efficienza dell’estrazione rispetto ai metodi tradizionali.
“Abbiamo voluto mettere a frutto le enormi quantità di residui minerari che si trovano negli Stati Uniti”, ha spiegato Daramola. “Sono miliardi di tonnellate di materiale che oggi restano inutilizzati, ma che potrebbero diventare una fonte preziosa di terre rare, fondamentali per auto elettriche, smartphone e altri dispositivi tecnologici”.
La sfida americana per l’autonomia
Negli ultimi anni, la questione delle terre rare è diventata sempre più importante, soprattutto per le tensioni commerciali tra Washington e Pechino. La Cina oggi detiene circa il 60% della produzione mondiale di questi elementi essenziali per l’elettronica e la transizione energetica. Gli Stati Uniti, pur avendo grandi riserve nei loro scarti minerari, non hanno ancora una filiera interna competitiva.
Lo studio della Northeastern University suggerisce che questa nuova tecnica potrebbe aiutare a colmare il divario. “Se riuscissimo a portare avanti il processo su larga scala”, ha detto Daramola, “potremmo ridurre molto la nostra dipendenza dalle importazioni cinesi”. Un obiettivo che il governo americano considera prioritario, soprattutto dopo le recenti restrizioni alle esportazioni imposte da Pechino.
Tra sfide e opportunità
Nonostante i risultati promettenti in laboratorio, ci sono ancora ostacoli da superare prima che la tecnologia possa essere usata su larga scala. Il problema principale sono i reattori a microonde, ancora poco diffusi e costosi. “Al momento sono apparecchiature costose e non semplici da trovare”, ha ammesso Daramola. “Serve investire per svilupparle e renderle più accessibili”.
Un altro nodo è la composizione degli scarti minerari: il metodo è stato testato su residui di un solo giacimento, ma la loro natura cambia da miniera a miniera. Gli esperti dovranno capire se il processo funziona bene anche con materiali diversi.
Infine, c’è il tema dell’impatto ambientale: il trattamento chimico usa sostanze che possono inquinare e produce residui da gestire con cura. “Stiamo lavorando per valutare tutti gli effetti collaterali”, ha garantito il team della Northeastern University. “Solo così potremo dire di avere una soluzione davvero sostenibile”.
Un settore che cerca la sua strada
Le terre rare continuano a essere al centro dell’attenzione di aziende e istituzioni. Negli Stati Uniti, alcune società minerarie hanno già avviato progetti per recuperare questi elementi dagli scarti industriali. Ma, come sottolineano gli esperti, la strada verso l’autonomia è ancora lunga.
“Questa ricerca è un passo avanti importante”, ha commentato un funzionario del Dipartimento dell’Energia statunitense, intervistato da alanews.it. “Ma serviranno investimenti e un lavoro insieme tra pubblico e privato per trasformare le scoperte in soluzioni concrete”.
Il dibattito è aperto: tra promesse della scienza e sfide dell’industria, il futuro delle terre rare americane si deciderà nei prossimi anni, tra laboratori, miniere e scelte politiche.
