Roma, 6 febbraio 2026 – Nel 2024 il lavoro nello spettacolo in Italia ha coinvolto 342mila persone e ha prodotto quasi 4 miliardi di euro in salari, ma dietro questi numeri si nasconde una realtà fatta di pause frequenti, rapporti di lavoro spezzettati e una previdenza incerta. È quanto è emerso ieri a Roma, durante una giornata di studi organizzata dalla Slc Cgil, dove studiosi, operatori dell’Inca, giuristi e sindacalisti hanno messo a fuoco i problemi di un settore che, nonostante abbia recuperato parte delle perdite causate dalla pandemia, resta fragile.
Lavoro spezzato e tutele che non bastano
Il rapporto dell’Osservatorio Inps sul lavoro nello spettacolo mostra una ripresa dopo la pandemia: più lavoratori e più paghe. Ma il nodo vero è un altro: la discontinuità del lavoro. Nel 2024 sono state registrate poco meno di 33 milioni di giornate retribuite. Come ha spiegato Ezio Cigna, responsabile previdenziale della Cgil nazionale, “questo numero non vuol dire che c’è continuità nel lavoro”. Molti lavoratori si alternano tra periodi di attività e lunghi stop, con grosse ripercussioni sulle pensioni.
“Questa discontinuità non è un problema temporaneo, ma fa parte della natura stessa del lavoro nello spettacolo”, ha detto Cigna. Qui è normale avere più contratti brevi, lavorare su diversi progetti in sequenza o con pause di mesi. Il risultato è che diventa quasi impossibile costruirsi una pensione solida.
Pensioni deboli e rischio povertà
Il sistema previdenziale attuale non riesce a stare dietro ai bisogni di chi lavora nello spettacolo. Molti, anche dopo anni di contributi, rischiano di avere pensioni troppo basse per vivere dignitosamente. E quando arriva il momento di smettere, l’unica ancora è spesso l’assegno sociale, che si può chiedere solo dai 67 anni e solo se si hanno redditi bassissimi.
“Milioni di lavoratori dello spettacolo vivono questa realtà”, ha detto uno degli operatori Inca intervenuti. “Il sistema non considera che qui non si segue un percorso lineare, ma una carriera fatta di salti e pause forzate”.
Le richieste dei sindacati: riformare la previdenza
I sindacati hanno chiesto una riforma che tenga conto del lavoro intermittente nello spettacolo. “Serve un welfare più inclusivo”, ha detto una delegata della Slc Cgil. “Le tutele devono adattarsi a chi vive questa condizione ogni giorno, non solo a chi ha un lavoro stabile e continuativo”.
Tra le proposte ci sono: coperture contributive più forti nei periodi di inattività, strumenti specifici per assicurare una pensione dignitosa anche con tanti contratti brevi, e procedure più semplici per accedere alle prestazioni assistenziali.
Un settore che cambia, ma resta fragile
L’Osservatorio Inps racconta un settore che si è rialzato dopo il crollo della pandemia – teatri e set sono tornati a lavorare, anche se con molte difficoltà – ma che continua a soffrire di una precarietà di fondo. “Nel lavoro nello spettacolo si vede chiaramente come sta cambiando il lavoro oggi”, ha osservato un giurista presente.
Le storie raccolte ieri parlano di attori, tecnici, musicisti che si spostano da una città all’altra, da una produzione all’altra, sempre senza certezze. Eppure, proprio da questa realtà spezzettata potrebbe partire una riflessione più ampia su come sta cambiando il lavoro in Italia e su quanto servano tutele più flessibili e adatte ai tempi.
In attesa di risposte dalle istituzioni, il settore continua a chiedere attenzione: “Non vogliamo privilegi”, ha chiuso una lavoratrice presente. “Chiediamo solo che il nostro lavoro venga riconosciuto per quello che è: discontinuo, sì, ma fondamentale per la cultura del Paese”.
