I baby dinosauri dal collo lungo: prede vulnerabili nel Giurassico

I baby dinosauri dal collo lungo: prede vulnerabili nel Giurassico

I baby dinosauri dal collo lungo: prede vulnerabili nel Giurassico

Matteo Rigamonti

Febbraio 7, 2026

Denver, 7 febbraio 2026 – I cuccioli dei dinosauri sauropodi, quei giganti dal collo lunghissimo del tardo Giurassico, venivano abbandonati a se stessi appena usciti dall’uovo, diventando così facile preda per i predatori dell’epoca. È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sul New Mexico Museum of Natural History and Science Bulletin, guidato dall’University College di Londra e basato sull’analisi di fossili di circa 150 milioni di anni fa, trovati nella celebre Formazione Morrison negli Stati Uniti.

Cuccioli di sauropodi: piccoli, soli e indifesi

Gli esperti sostengono che i cuccioli di sauropodi – tra cui specie come Diplodocus e Brachiosaurus – non ricevevano cure dai genitori. Questo li rendeva bersagli perfetti per i predatori, come l’Allosaurus. “Gli adulti erano enormi, più lunghi di una balenottera azzurra”, racconta Cassius Morrison, primo autore dello studio. “Quando camminavano, facevano tremare la terra. Ma le uova erano piccolissime, appena trenta centimetri di diametro, e i piccoli impiegavano anni a diventare abbastanza grandi da non essere più in pericolo”. Morrison sottolinea che, come accade oggi con le tartarughe marine, i giovani sauropodi venivano lasciati soli fin dalla nascita. “Gli adulti erano così grandi che prendersi cura delle uova senza schiacciarle era praticamente impossibile”, spiega il paleontologo.

Nel cuore della Formazione Morrison: la Dry Mesa Dinosaur Quarry

Il fulcro della ricerca è la Dry Mesa Dinosaur Quarry, una cava nel Colorado che ha restituito una delle collezioni di fossili di dinosauri più ricche al mondo. Qui, in un deposito che copre circa 10.000 anni, sono state trovate almeno sei specie di sauropodi, tra cui Diplodocus, Brachiosaurus e Apatosaurus. Gli studiosi non si sono limitati alle ossa: hanno analizzato l’usura dei denti, gli isotopi presenti nei resti e persino il contenuto fossilizzato dello stomaco di alcuni animali, riuscendo così a ricostruire l’ultimo pasto di quei giganti.

Una catena alimentare ricostruita con strumenti moderni

Per capire chi mangiava chi nel tardo Giurassico, il team ha usato software normalmente impiegati per studiare gli ecosistemi attuali. Incrociando dati su dimensioni, dieta e numero di individui, hanno disegnato una mappa precisa dei rapporti tra dinosauri erbivori, predatori e piante. “Abbiamo visto come la grande quantità di piccoli sauropodi abbia sostenuto intere popolazioni di predatori”, spiega uno degli autori. In particolare, l’Allosaurus – uno dei carnivori di punta dell’epoca – si nutriva soprattutto di questi giovani erbivori indifesi.

Come è cambiata la caccia: il ruolo del T. rex

Lo studio apre anche uno spiraglio sull’evoluzione dei grandi predatori dopo la scomparsa dei piccoli sauropodi. Settantamilioni di anni più tardi, nel Cretaceo superiore, la diminuzione delle prede facili avrebbe spinto il Tyrannosaurus rex a diventare più grande, con un morso più potente e una vista migliore, per riuscire a cacciare animali più robusti come il triceratopo. “La scarsità di prede vulnerabili ha probabilmente giocato un ruolo chiave nell’evoluzione del T. rex”, osserva Morrison.

Un ecosistema senza pietà

In quell’antico mondo della Formazione Morrison, sopravvivere era questione di fortuna e capacità di adattarsi. I piccoli sauropodi, appena usciti dall’uovo, si trovavano subito esposti ai pericoli. “In questo ecosistema, la vita valeva poco”, racconta uno dei paleontologi coinvolti. Lo confermano i fossili: ossa rotte, denti consumati, segni di morsi ovunque. Eppure, è proprio questa fragilità che ha spinto l’evoluzione dei dinosauri per milioni di anni.

La ricerca ci offre così uno sguardo chiaro su un’epoca affascinante della storia della Terra, restituendo voce – attraverso ossa e pietre – a un passato dove la legge del più forte non faceva sconti ai più deboli.