Mohammadi, Nobel per la Pace, riceve una condanna di sei anni in Iran

Mohammadi, Nobel per la Pace, riceve una condanna di sei anni in Iran

Mohammadi, Nobel per la Pace, riceve una condanna di sei anni in Iran

Matteo Rigamonti

Febbraio 8, 2026

Teheran, 8 febbraio 2026 – Narges Mohammadi, attivista iraniana e vincitrice del Nobel per la pace 2023, è stata condannata a sei anni di carcere da un tribunale di Teheran. La notizia è arrivata ieri, confermata dal suo avvocato, Mostafa Nili, che ha parlato con i giornalisti fuori dal carcere di Evin. La sentenza è stata emessa nel pomeriggio, in un clima di crescente tensione tra il governo iraniano e la comunità internazionale, che da mesi chiede a gran voce la sua liberazione.

Sei anni dietro le sbarre: le accuse contro Mohammadi

L’avvocato Nili ha spiegato che la Corte rivoluzionaria ha giudicato Mohammadi colpevole di “propaganda contro lo Stato” e “attività contro la sicurezza nazionale”. Le accuse, ormai note, si basano su dichiarazioni pubbliche e scritti in cui l’attivista criticava apertamente le politiche del regime, soprattutto per quanto riguarda i diritti delle donne e il trattamento riservato ai prigionieri politici. “La sentenza è stata letta in aula alle 15.30 – ha detto Nili – e prevede anche un divieto di partecipare ad attività sociali per due anni dopo la scarcerazione”. Al momento, nessuna risposta ufficiale dalle autorità giudiziarie.

Chi è Narges Mohammadi?

Narges Mohammadi, 51 anni, è una delle figure più conosciute della società civile iraniana. Fisica di formazione, giornalista e instancabile attivista per i diritti umani, ha già passato molti anni in carcere negli ultimi vent’anni. Nel 2023 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace “per la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e per la difesa dei diritti umani e della libertà”. La cerimonia di consegna, a Oslo, si è svolta senza di lei: Mohammadi era già detenuta nella prigione di Evin, dove sta scontando altre condanne.

Le reazioni internazionali non si fanno attendere

La nuova condanna ha scatenato una serie di reazioni da parte di organizzazioni e governi in tutto il mondo. Amnesty International ha definito la sentenza “un atto di repressione contro chi difende i diritti umani”. Il Dipartimento di Stato americano ha chiesto la “liberazione immediata” dell’attivista. Anche il governo norvegese, tramite il ministro degli Esteri Espen Barth Eide, ha espresso “profonda preoccupazione” per la sua situazione. In Iran, invece, nessuna dichiarazione ufficiale. Solo qualche attivista locale ha commentato sui social: “Non ci fermeremo”, ha scritto su X (ex Twitter) Nasrin Sotoudeh, avvocata e amica di Mohammadi.

Un quadro di repressione sempre più duro in Iran

La storia di Narges Mohammadi si inserisce in un contesto di crescente repressione delle libertà civili in Iran. Negli ultimi mesi, secondo Human Rights Watch, sono aumentati gli arresti di attivisti, giornalisti e studenti. Le autorità giustificano queste misure con la necessità di mantenere la sicurezza nazionale. Ma fonti indipendenti parlano di una strategia per mettere a tacere il dissenso. Il carcere di Evin, dove Mohammadi è rinchiusa, è noto per ospitare molti prigionieri politici e intellettuali critici verso il regime.

La famiglia e le condizioni in carcere

La famiglia di Narges Mohammadi vive tra Teheran e Parigi. Il marito, Taghi Rahmani, ha raccontato ai media francesi che lei “è in condizioni fisiche precarie” e che “non riceve cure mediche adeguate”. I loro figli gemelli, Ali e Kiana, non vedono la madre da oltre due anni. L’avvocato Nili ha riferito che Mohammadi vuole fare ricorso contro la sentenza. “Non si arrende – ha detto il legale – continuerà a lottare per i suoi ideali”.

Cosa succederà adesso? Pressioni e incertezza

Non è chiaro se le pressioni internazionali riusciranno a cambiare le cose per la Nobel iraniana. Nei giorni scorsi, l’Unione Europea ha messo il caso Mohammadi tra le priorità nelle trattative con Teheran. Ma fonti diplomatiche ammettono che “la situazione resta molto delicata”. Solo nelle prossime settimane si potrà vedere se la mobilitazione globale farà la differenza. Intanto, il nome di Narges Mohammadi resta un simbolo potente nella lotta per i diritti umani in Iran.