Cambridge, 9 febbraio 2026 – Un buco nero ha “affamato” e spento una delle galassie più antiche mai osservate, togliendole il gas necessario per far nascere nuove stelle. È questa la scoperta del team dell’Università di Cambridge guidato da Jan Scholtz, pubblicata su Nature Astronomy. Allo studio hanno dato il loro contributo anche gli italiani Giovanni Cresci dell’Osservatorio di Arcetri (INAF), Eleonora Parlanti e Giacomo Venturi della Scuola Normale Superiore di Pisa.
La “Galassia di Pablo”: un mistero che dura da miliardi di anni
La galassia sotto la lente è GS-10578, detta anche Galassia di Pablo in onore dell’astronomo che l’ha osservata per primo con cura. Parliamo di una galassia davvero antica: la maggior parte delle sue stelle si è formata tra 12,5 e 11,5 miliardi di anni fa, quando l’universo era ancora giovane e in piena espansione. La sua massa è enorme, circa 200 miliardi di volte quella del Sole. Eppure, nonostante le dimensioni, la galassia ha smesso presto di creare stelle, come se qualcosa avesse interrotto il suo ciclo vitale.
Il buco nero: un killer silenzioso senza esplosioni
Grazie alle osservazioni con il telescopio ALMA dell’European Southern Observatory e con il telescopio spaziale James Webb, gli astronomi hanno potuto ricostruire come è avvenuta questa “morte” silenziosa. Il colpevole? Un buco nero supermassiccio al centro della galassia, che ha lentamente risucchiato il gas interno, il “combustibile” per formare nuove stelle, soffocando così la capacità della galassia di rinnovarsi.
“Non serve un’esplosione o un evento catastrofico per fermare la nascita di stelle: basta bloccare l’arrivo di gas fresco”, ha spiegato Scholtz. Il processo è stato lento ma inesorabile, quasi come un “predatore silenzioso” che ha privato la galassia delle risorse per continuare a vivere.
Una scoperta che cambia la nostra idea sulle galassie antiche
Fino a poco tempo fa, le galassie grandi e apparentemente “spente” dell’universo primordiale erano quasi sconosciute. Solo con il telescopio James Webb, lanciato nel 2021, gli astronomi hanno cominciato a trovarne molte di più. “Prima di Webb non le vedevamo, ora sappiamo che sono più comuni di quanto pensassimo”, ha detto Scholtz. Secondo il gruppo di ricerca, il meccanismo appena scoperto – il lento svuotamento del gas da parte del buco nero – potrebbe spiegare perché molte galassie vivono intensamente ma per poco tempo.
Il tocco italiano e cosa ci aspetta
Nel progetto ci sono anche esperti italiani: Giovanni Cresci ha curato le analisi spettroscopiche all’Osservatorio di Arcetri, mentre Eleonora Parlanti e Giacomo Venturi hanno sviluppato i modelli teorici alla Normale di Pisa. “Finalmente abbiamo una spiegazione credibile per la morte precoce di queste galassie”, ha detto Cresci, aggiungendo che i dati raccolti aprono nuove domande sulla formazione delle strutture nell’universo.
Il passo successivo sarà osservare altre galassie simili per capire se anche loro hanno avuto lo stesso destino. Gli scienziati puntano ora a usare il James Webb per spingersi ancora più lontano e scoprire nuovi indizi su questi “delitti cosmici”.
Un universo più complicato di quanto pensassimo
Questa scoperta mostra che l’universo primordiale era molto più vivo e complesso di quanto si immaginasse. La presenza di buchi neri supermassicci in grado di cambiare in modo così profondo la vita delle galassie apre nuovi scenari sulla storia del cosmo. Ma, come ammettono gli stessi ricercatori, restano ancora tanti misteri da risolvere: “Solo ora cominciamo a capire quanto sia complicata la relazione tra buchi neri e galassie”, ha detto Scholtz.
Nel frattempo, la storia della Galassia di Pablo – uccisa dal suo stesso cuore oscuro – resta un monito sulle forze che governano l’universo. Un enigma che forse solo il tempo e nuovi strumenti riusciranno a svelare completamente.
