Milano, 9 febbraio 2026 – Oggi Giuseppe Vegnaduzzo, 80 anni, originario di San Vito al Tagliamento (Pordenone), sarà sentito negli uffici della Procura di Milano. L’uomo, ex autotrasportatore, è indagato per omicidio volontario continuato e aggravato da motivi abietti nell’ambito dell’inchiesta sui cosiddetti “cecchini del weekend” di Sarajevo. A trent’anni da quei tragici eventi, questa vicenda riporta a galla un capitolo doloroso dell’assedio alla capitale bosniaca.
“Cecchini del weekend”: cosa emerge dall’inchiesta e il ruolo di Vegnaduzzo
Tutto è partito da un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, che ha riportato l’attenzione della magistratura su quei “turisti armati” che, durante l’assedio di Sarajevo negli anni Novanta, pagavano per sparare contro la popolazione civile, donne e bambini inclusi. Secondo quanto raccolto finora dalla Procura di Milano, Vegnaduzzo sarebbe uno dei presunti partecipanti a quei viaggi, organizzati sulle alture intorno alla città.
Nonostante l’indagine, l’ottantenne si presenta tranquillo, mantenendo le sue abitudini quotidiane: il caffè di ogni mattina nello stesso bar, le chiacchiere con i conoscenti. Al Messaggero Veneto ha detto: «Mi sento sereno. Nella vita ho passato momenti ben più duri». E riguardo all’inchiesta ha aggiunto: «Non ho paura, questa è solo una delle tante vicende che mi sono capitate». Oggi sarà ascoltato dal Ros dei carabinieri, sotto la guida del procuratore Marcello Viola e del pm Alessandro Gobbis.
Le parole di Vegnaduzzo e la sua difesa
Vegnaduzzo ha spiegato di essersi affidato a due avvocati di Pordenone. «Non perché ho paura, ma perché parlano come si deve», ha detto. Sulle voci che girano nel suo paese si mostra distaccato: «Adesso tutti parlano perché è una cosa grossa, ma evitano di dirmi qualcosa in faccia – ha raccontato – vedrai che tra un po’ tutto si calmerà».
Alla domanda se fosse stato davvero in Bosnia durante la guerra, l’uomo ha risposto: «Ci sono andato per lavoro, non per sparare. La strada era lunga». Secondo lui, alcune accuse nascono da «interpretazioni esagerate di quello che dicevo al bar». Un dettaglio che spesso torna in queste storie di provincia: parole dette tra amici che, messe sotto la lente degli inquirenti, diventano pesanti sospetti.
Altre testimonianze e il racconto di Ruzzier
A Trieste, dall’altra parte del Friuli, emergono nuove testimonianze sulle modalità con cui sarebbero stati organizzati questi viaggi. Roberto Ruzzier, oggi 73 anni, all’epoca un quarantenne membro di un gruppo di softair, ha raccontato a Il Piccolo: «Ci proposero di sparare ai bambini, ma noi abbiamo denunciato». Ruzzier ricorda una “tariffa ogni tre pallottole” e la consegna di un fucile di precisione. «Si poteva andare a Sarajevo pagando una certa cifra – dice – un paio di milioni di lire. Con quelle armi si poteva fare quello che volevi… Ma nel nostro gruppo nessuno aveva quei soldi. Eravamo operai, padri di famiglia, due carabinieri e qualche militare. Gente responsabile. Abbiamo fatto denuncia e lì è finita».
Il racconto di Ruzzier conferma che c’era un mercato oscuro attorno all’assedio di Sarajevo. Ma mostra anche che non tutti hanno accettato o partecipato a queste offerte.
Indagini aperte e possibili sviluppi
Per ora, l’unico indagato ufficiale resta Vegnaduzzo. Ma fonti investigative fanno sapere che il Ros sta tenendo d’occhio altre persone potenzialmente coinvolte. Non è escluso che nei prossimi giorni arrivino nuovi avvisi di garanzia.
L’inchiesta sui “cecchini del weekend” riporta alla luce una delle pagine più buie della guerra nei Balcani. Tra ricordi sfocati e testimonianze raccolte dopo decenni, la procura di Milano cerca ora risposte precise sulle responsabilità individuali e su eventuali reti organizzate. Nel frattempo, in Friuli come a Milano, la vicenda divide le comunità tra incredulità e attesa.
