Roma, 9 febbraio 2026 – Esattamente quarant’anni fa, in questi giorni, la cometa di Halley raggiungeva il punto più vicino al Sole, il perielio, regalando agli astronomi di tutto il mondo uno spettacolo che si ripete una volta ogni generazione. Era il 9 febbraio 1986 quando la 1P/Halley, la più famosa tra le comete periodiche, tornava a farsi vedere nei nostri cieli. Però, come ricordano molti appassionati, la sua traiettoria così bassa sull’orizzonte deluse chi sperava di ammirarla a occhio nudo.
Giotto e la sfida nello spazio
A consolare gli osservatori ci pensò la tecnologia. L’Agenzia Spaziale Europea aveva appena lanciato la sonda Giotto, creata dall’italiano Giuseppe Colombo, con il compito di avvicinarsi il più possibile al cuore della cometa. Il 13 marzo 1986, all’alba, Giotto sorvolò Halley a soli 596 chilometri di distanza: un vero record per quei tempi. Le immagini arrivate a Terra mostrarono un corpo scuro, allungato, quasi a forma di arachide, molto diverso dal blocco di ghiaccio bianco che tanti si aspettavano.
“Non era quello che immaginavamo,” confessò allora uno degli scienziati europei. Eppure quella sorpresa aprì una nuova era nello studio delle comete, cambiando per sempre l’idea che avevamo di questi antichi viaggiatori del Sistema Solare.
Una flotta mondiale puntata sulla Halley
Giotto non fu l’unica a inseguire la cometa di Halley. In quei mesi si mosse una vera e propria “flotta” internazionale: le sonde sovietiche Vega 1 e Vega 2, le giapponesi Suisei e Sakigake, e l’americana ICE (International Cometary Explorer). Un dispiegamento senza precedenti, che qualcuno ha definito “la più strana squadra mai formata dagli scienziati”.
Le immagini delle sonde sovietiche arrivarono in diretta tv anche in Italia, mentre i dati raccolti permisero di studiare la composizione della chioma e della coda della cometa. “Sembrava che tutto il mondo avesse gli occhi puntati su un unico punto,” ricorda oggi Paolo Ferri, allora giovane ingegnere ESA.
Un ritorno atteso da 75 anni
La cometa di Halley prende il nome dall’astronomo inglese Edmond Halley, che nel 1705 ne calcolò per primo l’orbita periodica. Passa ogni 75-76 anni: la prossima volta sarà nel 2061, quando tornerà nella parte interna del Sistema Solare. Un’attesa lunga, che rende ancora più preziosi i dati raccolti nel 1986.
Gli esperti dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) spiegano che le informazioni trasmesse da Giotto e dalle altre missioni hanno aiutato a capire meglio la struttura delle comete e il loro ruolo nella nascita dei pianeti. “Abbiamo scoperto che il nucleo non è solo ghiaccio sporco, ma un oggetto complesso, con materiali organici e minerali,” dicono oggi i ricercatori.
Il ricordo di una notte delusa
Per molti italiani quella notte di febbraio 1986 è legata a una certa delusione: la cometa era troppo bassa sull’orizzonte per essere vista facilmente. Molti si erano dati appuntamento nei parchi o sulle colline fuori città – a Roma, ad esempio, gruppi di appassionati si erano radunati all’alba sulla via Appia Antica – ma nuvole e posizione sfavorevole resero difficile l’avvistamento.
Eppure da quella “notte mancata” nacque una nuova voglia di astronomia. I planetari si riempirono di visitatori nei mesi dopo; le riviste specializzate andarono a ruba. “Non l’ho vista, ma ho imparato a guardare il cielo,” racconta oggi Marco, allora studente liceale a Milano.
Verso il prossimo incontro
Oggi, a quarant’anni da quell’appuntamento sfuggente, la cometa di Halley resta un simbolo della curiosità umana e della capacità della scienza di andare oltre ciò che l’occhio può vedere. Il prossimo passaggio sarà nel 2061: chi vorrà seguirla dovrà armarsi di pazienza – e forse contare ancora una volta sulla tecnologia per non perdere l’incontro con uno degli ospiti più antichi del nostro cielo.
